le notti di maggio

Pazienza che non ricordi nemmeno un nome. Scivolano via nell’oblio qualche centesimo di secondo dopo che mi sono stati comunicati. Le facce, però, le ricordo benissimo. A volerla dire tutta la mia non è semplicemente memoria fotografica. Mischio sensazioni, odori, luoghi, visi. Tu mi dici un nome, io galleggio nel ricordo di come le nostre pelli si siano incollate contro il cofano di una Micra blu, in una notte di maggio. E, sorprendentemente, ricordo alla perfezione anche il piacere di quel collage di pelli e carrozzerie. Lo ricordo perfettamente. Come ricordo perfettamente il sapore dello sballo della prima sigaretta, ricordo l’odore di muschio nel sentiero, ricordo i miei bermuda gialli. Fumo ancora rincorrendo quello sballo. I ricordi diventano nuvole di pensieri di notte, quando inizio a sentire il respiro profondo della mia Signora rallentare, e resto sveglio appeso a queste strane storie dove di una intera vacanza in Grecia mi saltano in testa i cori romanisti dei ragazzi romani fuori dalla discoteca, le scarpinate per andare a bere, il freddo dell’acqua e gli occhiali verdi di una ragazza di cui mi ero perdutamente innamorato. Ovviamente non ricordo il nome. Era di Cremona, e ricordo di essere stato a Cremona, in un fine agosto davvero deprimente. Accettare il rifiuto d’amore mi è sempre costato molto rhum.
I miei ricordi assomigliano a racconti brevi, placidi, appoggiati su una trama in cui non succedono grandi cose. Spariscono alla mattina, lasciandomi in testa piccoli frammenti. Il mio tempo è il presente, adoro vivere luoghi, persone, momenti, adesso. Adesso è il momento in cui succede tutto. Per questo non scrivo racconti. Vivo racconti. Adoro il presente, e i luoghi del presente. Quelli dove la gente si ferma sospesa tirando fuori tutta la sua sconcertante umanità.
Aeroporti, stazioni, ospedali, caserme, uffici pubblici, tutti questi posti dove sei costretto a parcheggiarti in un presente forzato. Posti che cancellano il passato, che azzerano il futuro. Mi piace scrivere storie sulle facce bovine, sulle sbavature di trucco, sui troppi vestiti, sulla perdizione di quelli che non capiscono la lingua, il disordine di un menù esotico, il rumore di musiche non tue. Ho imparato a muovermi per questi luoghi, ma ogni tanto mi fermo per osservare tutta questa umanità, in coda per qualcosa. Adorabile democrazia delle code, impietosa politica del tenerti in piedi per ore, inumana tendenza a condividere con perfetti sconosciuti un chiacchiericcio inutile. Amicizie da check in, intese da gastroscopie, amori da rinnovo patente. Questi sono i momenti in cui mi piace guardare fuori, restando in disparte. La guerra per la sopravvivenza, come tutte le guerre, unisce più di un matrimonio.
Scrivo poesie, perché è un bel modo per dipingere ricordi. Pazienza che siano solo miei.
Ma i nomi proprio no. Non sono indispensabili. Per la storia. La ragazza con gli occhiali verdi, ad esempio, ha un nome bellissimo, ne sono sicuro, ma inutile per me, per i miei ricordi.
Ricordo la sua pelle d’oca, proprio sulla schiena, in mezzo alle scapole.
Tra quelle due colonne che reggevano il suo cielo, il mio purgatorio, ricordo perfettamente dove ho appoggiato le dita, e ricordo il profumo del mare.
Ricordo le luci, l’odore di pioggia, il rumore assordante, aprire gli occhi e contarsi le ossa. Ma non ricordo il nome dello stronzo che mi ha distrutto la buona vecchia Panda.

Accumulo un sacco di informazioni non indispensabili. Il tasso di crescita del Portogallo, il numero di impiegati della Foxconn, il numero civico di un officina sulla strada per Zurigo, che ha esposta una moto, il testo di quasi tutte le canzoni dei Counting Crows, ma non saprei dire la taglia delle mie camicie, cosa ho mangiato ieri, quanti aerei abbia preso dall’inizio dell’anno.

Per questo scrivo poesie. Perché le poesie sono posti di salvezza, dove piccole informazioni e grandi sentimenti possono convivere, la musica di un amore da spiaggia può stare due righe sotto al ricordo dell’ascella di una hostess bruttina. Le poesie sono la mia memoria speciale.
Le poesie sono la memoria speciale di tutti quelli che le scrivono. Per questo così pochi le leggono.

Mio figlio, la sua straordinaria bellezza, la vita incredibile di questo immenso gesto d’amore, mi ha costretto a vivere in un presente molto più faticoso.

Così ho iniziato a sognare anche di giorno.
Spesso le facce di chi ha appena fatto il check in con me, si infilano in un sogno rubato a mezz’ora di volo, nel quale in Grecia ci finiamo io, la tipa dagli occhiali verdi, il tipo del check in, il mio panettiere e un sacco di terremoti (sognare durante una turbolenza da una visione del mondo molto provvisoria).

Sogno ovunque. E sono sogni che infilano il passato dentro il presente. Mai il futuro. Sono sogni brevissimi, ma sono immagini chiarissime. Sono collane intrecciate in un modo che non pensavi potesse esistere. Il passato e il presente che fanno istericamente l’amore dentro la tua testa, che è diventata capace di cadere in queste catalessi in ogni angolo del mondo, ad ogni ora, in ogni posizione.

Sono le notti di maggio, giugno, agosto, quelle in cui sono successe più cose nella mia vita. Questo rende i miei sogni umidi e temperati. Non servono giacche, qui. Fa sempre un piacevole caldo, la mia testa vive vicino a un Equatore perfetto, dove le mezze stagioni sono la regola. Donne e uomini perennemente semi nudi, città accoglienti, notti lunghissime, stellate speranzose. Un rhum perfettamente allungato con ghiaccio che si scioglie lentamente, parole spese con la calma di chi sa che il freddo non arriverà.

Le notti di maggio sono quelle dove non scrivo, perché mi agito per vivere. Porto in giro la mia vita sulla moto, lasciando il motore al minimo. Le notti di giugno hanno portato i più grandi cambiamenti della mia vita. Con il vento caldo che spesso soffia da Ovest. Le notti di agosto sono quelle in cui scrivo, e ricordo. Sento il mare che si raffredda, i tramonti si avvicinano all’ora in cui è ancora bello bere un caffè prima di nuotare.

Sono queste notti, insieme al mare, insieme ai due cilindri, che fanno belli i miei sogni, che scrivono le mie poesie e che mi raccontano le storie più belle.

Pazienza che non mi ricordo nemmeno un nome. Mi ricordo tutte le storie, le tengo sospese.

Aspetto questa mia primavera ritardata ogni anno. Pazienza che non ricordo nemmeno un nome.
Mi aspetto di trovarne di nuovi dentro le notti che mi aspettano.

Ho imparato, davanti agli occhi di mio figlio, che il presente non ha prezzo. Sbagli a vivere nel passato e a correre per il futuro. Ho imparato ad aspettare, perché ogni piccola rivoluzione richiede tempo.
E vento.

Questo posto sta per compiere gli anni, io anche. Regalatemi cose da leggere o scarpe per camminare. Il resto non mi serve. Leggete le mie poesie. Fermatevi a sognare il presente.

È molto meglio del miglior futuro che vi potete aspettare.

PS: potete evitare di portarvi l’ombrello, quando siete dalle mie parti. Succede di tutto, ma non piove mai. È perennemente sereno, a meno di evidenti necessità di scena. Se deve piovere per motivi logistici ( spegnere un incendio, fare l’amore sotto un portone). Ma è pioggia calda.

Put some Poems in your life, Radiocorrida is here

brasato e fagioli, in pompa magna

Da qualche giorno sento il peso dello stress. Non che sia una novità. Io vengo pagato, in un sistema liscio come un tavolo da biliardo, perchè lo stress mi scivoli addosso.
Io, in verità, vengo pagato per fare altro. Ma tutti sanno che si tratta di questo. Si tratta della tua capacità di assorbimento. Cercano, disperatamente, persone elastiche, flessibili, soffici, come un panno carta quattro strati. In grado di assorbire tutto.
Un lavoro prezioso, il mio. Permette ad altri esseri umani di compiacersi felicemente delle loro esistenze lavorative. Il mio lavoro è la sintesi dell’artigianato post industriale. Con le mie mani preparo tutti i giorni una ricetta digeribile, una musica piacevole, un martello affidabile.
Con gli anni, un terzo della mia vita, ho guadagnato una certa esperienza, una delicata sensibilità, insomma, mi sono fatto la mano. Mi sono venute le rughe, ho passato un quarto abbondante della mia vita appeso ai cieli di mezzo mondo, dimostro più anni di quelli che ho, ma mi sono fatto la mano. Volevano una puttana, hanno quello che cercavano. Il mio prezzo non è altro che quello che il mercato può pagare. Ho le mie tariffe, ci sono cose che faccio meglio degli altri, so prendere le mie contromisure davanti al dilagante comparire di gallinelle da strada. Io guadagno per quello che faccio.
Il mostro sacro dello stress si è portato via qualche collega. Sono tanti quelli che mollano. Tanti quelli che svoltano. Tanti quelli che scompaiono. Impari anche, con il tempo, a non farti troppi amici.

Poi ci sono quelli delle benzodiazepine, quelli del Lexotan, quelli della canna, quelli che infilano uno stipendio in un perizoma, una puttana che paga una puttana. Quelli della PNL e quelli del pensiero positivo. Perchè siamo come la popolazione omosessuale negli anni ottanta. Solo che al posto dell’aids abbiamo lo stress.
Abbiamo infarti, angine, coliti, ulcere, ernie. Abbiamo lo stress, che è il male da non dire.

Contro il cielo olandese, guardando la notte arrivare ho risolto a modo mio. Parlando con il mio rumore, ascoltando i miei silenzi, bevendo birra cinese e camminando in tondo per il centro di questo paesone.

Non mi ucciderà certo lo stress.

Ho finito di leggere Andrea Vitali. Ho comprato Andrea Vitali perchè mi aspettava su un bancone, scintillante, compatto e verde.
Ecco, ho finito di leggere. E sono felice. Ci sono autori che non leggerò mai più. Eccone uno.
Dicevamo della scrittura di Marquez, che sa di sudore, sabbia, umido, donne, rhum e tutto il sud America che puoi immaginare.
Dicevamo della Vargas e della sua Francia senza tempo.
Dicevamo di Pennac e dei suoi quartieri.
Come dire di Libagabue e della via Emilia.
Tutti hanno un luogo nel cuore. Di cui scrivono.
Prendi Fante e la sua maledetta California.
Prendi Winslow e il suo sobborgo sud californiano. Prendi Corti e la sua Lombardia, prendi Izzo e la sua Marsiglia. Prendi Millar e la sua provincia inglese, prendi chi vuoi. Riconoscerai i suoi luoghi, sentirai i suoi profumi, respirerai le sue fatiche.
Ecco, di Vitali mi ha stufato questo incredibile localismo, questo drammatico raccontare di qualcosa che sembra davvero avvolto nella nebbia.
Lui se ne consoli. Da una ricerca della Harward Business Review (marzo 2012), pare che una cattiva recensione in rete sia un buon modo per vendere di più ( ammesso che tu sia un autore emergente). Magari il mio parlar male gli farà bene alle vendite. Ma io, che sui libri e sullo stress ho creato la mia vita, ho davvero fatto fatica a digerire il suo scrivere.
E il mio stress.

Mi rifarò con del rhum e con la Mazzantini.
Alla faccia dei cultori del pensiero positivo e dei fan di Vitali.

The Supremes vs Il Meglio di Jabba Jabba

Il freddo non centra. Centrano i due slavi che armeggiano su una vecchia Panda, i quattro balordi che all’angolo, davanti all’unico bar di cinesi aperto, bevono birra Moretti alle nove e ventisette. Centra il motorino abbandonato contro un palo, vicino all’aiuola abbandonata contro la primavera, con l’erba alta in mezzo alla rotonda. Centra il giardinetto a filo con la tangenziale, proprio sotto il cavalcavia. Centra l’indecifrabile senso di solitudine urbana dei quattro negozi, di cui tre pizzerie, di tutto il quartiere, inesorabilmente chiusi. E’ sempre così, quarantotto ore è la mia tolleranza massima al quartiere. Poi mi prende un’angoscia strisciante e un impellente bisogno di migrare. Ovunque ma non qui, mi ripeto mentre spingo il passeggino sul marciapiede dell’Esselunga. Milano è una città bastarda, e i suoi figli bastardi, lasciati appena fuori dalla circonvallazione, sono figli di una Milano nuova. Fatta di solitudine urbana, di deserto festivo e ingorgo feriale, fatta di brutture architettoniche figlie di Ligresti e del suo coraggioso piano per un’edilizia convenzionata. Convenzionata con il cattivo gusto e con il piccolo cuore di chi, mazzette alla mano, ha accettato, tollerato, incentivato, il proliferare di palazzi che sembrano usciti da un set cinematografico sulla Romania degli anni cinquanta.

Io sono figlio di Porta Romana, del suo ingrassare esplodendo in un centro città fatto di mezzi, servizi, negozi, gente, tanta gente, luci e rumori. Io sono figlio delle viscere di questa città, dei suoi vicoli, delle sue porte, dei suoi cambiamenti. Sono figlio del Centro, per sbaglio.

La sfida per la sopravvivenza, adesso, è tra me e questa che non è periferia, non è centro, non è nulla se non un riempire di case e disordine pezzi di città che aspettavano una resurrezione, una rivoluzione, un cazzo di messaggio da un cazzo di sindaco. Sono figlio della pancia che ha votato Pisapia, che fa i conti con l’immigrazione quella brutta, quella che non si integra, quella che picchia, minaccia, rompe e imbratta. Che non è per forza straniera, è solo impiantata nel mezzo di una città che non sente sua. Viviamo, qui da me, a due passi dal centro, appesi all’illusione di una metropolitana, inchiodati al rumore del traffico, abituati a non vedere niente che non sia il piccolo, invisibile, degrado del disinteresse.

Nessuno è qui per scelta. Non si sceglie una zona così. Ci si resta se si è cresciuti qui, nascondendo la pigrizia e vivendo di abitudini. Si arriva qui sbigottiti dai costi del centro, delusi dai costi della prima circonvallazione, depressi dalla periferia. Si viene qui con l’idea che sia un compromesso. Poi, con trent’anni di mutuo a buon rendere, si resta qui, imprigionati nel nulla.

In fondo, è poesia urbana, è il sunset boulevard versione meneghina, è l’ancorarsi al coraggio di chi apre un negozio qui, che non sia un centro massaggi o una pompa di benzina. Potremmo mantenere l’intera città con le nostre pompe, benzina o goldoni.

Spingendo il passeggino, mi sono accorto che l’Esselunga chiuso desertifica quella specie di piazza che ci ritroviamo. Spingendo il passeggino mi sono accorto che non vorrei mio figlio qui, fra dieci anni. Spingendo il passeggino mi sono accorto che mi si è spenta tutta la rabbia, tutta la voglia. Resto qui, semplicemente, a pianificare la mia fuga. Spingo il passeggino fino alla nuova casa di riposo. E’ nuova nuova, orrendamente rosa, decisamente fuori luogo.

Non succede mai niente qui.

Forse è il caso che io me ne vada.