2 Fast 2 Furious 2 much philippinos

 autostrada Mi-Ve. Tramonto. sole malato sulle colline ancora più malate. Paesaggio spettrale post industriale: terrificanti grattacieli con tanto di piste di atterraggio di elicotteri: provare per credere, il vicentino assomiglia a una caricatura dei peggiori incubi di O.Welles. Mi metto in macchina felice di tornare. Io non odio, per indole. Ma non apprezzo. E se c’è una cosa che non apprezzo è tutto ciò che va da Brescia a Venezia: gente, palazzi, partiti, cultura, modi di fare. Pigio sull’acceleratore. Fretta di tornare. Non ho una macchina potente, e questo oltre a farmi risparmiare mi salva la vita. Il contachilometri picchia verso la fine. Un ritorno qualsiasi, in mezzo a rappresentanti in splendidi coupè, operai in sorprendenti furgoni e camionisti randagi. Mi accorgo tardi dei fari: li vedo a mezzo metro dal culone troppo grasso della mia macchina. Mi mancano tre furgoni da sorpassare: accellero. L’Essere meccanico alle mie spalle sfarazza come un diavolo: luce blu avvolgente riflessa dallo specchietto direttamente sulla mia retina. Di solito è il comportamento del tipico Proprietario di BMW. Sono solo loro. Arrivano stile missile, ti si piantano nel culo e consumano la levetta dell’abbagliante, stupiti da un proletario in terza corsia. Finisco di sorpassare l’utlimo furgone e già mi aspetto il solito affiancamento con sguardo altezzoso. Non succede nulla. Poi, come nei migliori episodi di Ken il Guerriero la luce inonda lo scenario. è sempre lui. passato in seconda corsia. Sfarazza. Perchè lo fai? Tuo padre ti picchiava? La tua ragazza compie dei riti orgiastici con la tua squadra di calcetto? Lo lascio passare, ci mancherebbe, la Vecchia Cicciona (la mia macchina) è ai limiti della fusione. Mi sorpassa questo Grande Essere Lucente. Ecco ci risiamo. Eppure credevo finiti i postumi del cuba. Nero, lucido, basso, veloce. Il rumore è quello di uno dei primi sommergibili della marina. I vetri sono oscurati. Un sottile neon azzurro percorre tutta la sagoma della macchina. Roba da MIB, Man In Black, oppure Made in Brindisi, dipende dai punti di vista. E’ una BMW. La targa avvisa che l’astronauta è di milano. Vorrei chiamare la polizia. Per avvisarli che un Filippino si è impadronito di Cessna e lo pilota sulla Milano Venezia. Perchè lo hai fatto? Perchè? Quella scatola di lamiere ti sarà costata almeno… ma che dico… antamila. Perchè ci devi mettere il neon che hai rubato dall’insegna del sexy shop? Perchè? La Vecchia Cicciona ha un impeto di orgoglio, sfiora coraggiosa i 190. Sembra di stare seduti su una Vaporella, ma almeno tengo il ritmo del Filippino. Poi lui accellera. Lo perdo. Autogill di Dalmine: il tempo necessario per un caffè. Parcheggio, scendo, mi stiracchio. Se ci aggiungo un ruttino sono Carlo Verdone. Ma ho ancora un briciolo di dignità, così mi limito al caffè. Chi ti vedo parcheggiato lì. Ma proprio lì. A due passi da me. L’Astronave. E’ lei. Mi sbagliavo: supera di gran lunga gli antamila. dentro c’è atmosfera da caffè anni venti, tutto bianco color panna. Sarà pelle umana. Ma soprattutto dentro c’è una riccia rossa. Per un solo istante ho pensato fosse la Signora. Per un solo istante durato fino a quando lei non si è girata. Splendido esemplare di Cavia da Chirurgo. Seduta nella macchina filippina. Mi metto comodo: voglio conoscere il Comandante. Poco dopo lo riconosco dalla distanza: bello, alto, incravattato, lampadato color speck. Sale e con un rombo di motori che fa tremare l’Autogrill e scatena la competizione di tutti i camionisti (illusi fosse un collega che avesse lanciato la sfida Puzzetta a rombo). Sfreccia via lasciandomi lì con due domande e una riflessione: perchè lo ha fatto? perchè una riccia rossa? La riflessione? Beh… me la tengo

(post postato solo con l’intenzione di postare impostando un impasto per ulteriori post più allegri del precedente che postai in un giorno in cui su di me si appostò una placida malinconia).

nemmeno un discorso del Teo

 Un sabato come tanti. Nel mondo adesso, mentre scrivo, dovrebbero raggiungere l’orgasmo circa 759.000 persone. Nello stesso momento qualcuno sta guardando la pioggia sul mare, qualcun altro è seduto su una seggiovia, qualcuno sta scrivendo su un blog, su un diario. Qualcuno si sta dando il primo bacio, qualcuno sta piangendo, qualcuno tira semplicemente avanti. Io non faccio nessuna di queste cose. Mi limito a stare seduto davanti al computer, inebetito, a cercare un disco giusto per scrivere. La musica. Sono reduce fresco da un funerale. Non era il mio, la cosa mi solleva solo in parte. Il solito servizio completo di lacrime, fiori, abbracci e un sacco di parole dette per riempire vuoti che starebbero benissimo in piedi da soli. Ripropongo a me stesso di ascoltare qualche parola del prete, ma come al solito mi trovo a fissare la bara. I fiori sopra, più colorati possibile, il bordo dorato sul finto legno pregiato. Mi ritrovo così alla fine del funerale, zitto e immobile, a chiesa semivuota. Passa il mio amico. E’ suo padre. Più esattamente il compagno di sua madre. Non so se la cosa faccia degli sconti alla sofferenza. Sto zitto. Non parlo per una precisa ragione. A un uomo arrivato in paradiso, San Pietro chiese di scegliere se avesse voluto restare o andare  all’inferno. L’uomo passeggiò per il paradiso, un luogo azzurro e asettico, silenzioso e solenne. Chiese se gli fosse stato  possibile dare un’ occhiata all’inferno. San Pietro acconsentì. L’uomo, entrando all’inferno trovò il Piacere, il Godimento, l’Assoluta Lussuria. una grande festa, sfrenata e assoluta. Ritornato in paradiso passò qualche giorno prima che riuscisse a chiedere a San pietro se fosse stata  possibile un altra visitina. San Pietro disse che non era possibile. L’uomo avrebbe dovuto scegliere. O su o giù. L’uomo, memore di tanto divertimento, scelse senza dubbio l’inferno. Entrato fu preso da un  diavolo, fu castrato, violentato. Gli fu tagliata la lingua e iniziò a soffrire le più atroci e distruttive pene. Tra un gemito e un urlo chiese al diavolo come fosse possibile tutto ciò. Lui aveva visto cose davvero diverse. Il diavolo sorrise e gli disse: "c’è una bella differenza tra turismo e immigrazione". Per questo sto zitto. Non sono un turista della sofferenza, purtroppo. Sono immigrato, troppo presto e in malomodo. Mi lecco ancora qualche ferita. Per questo sto zitto. Non parlo di dolore, non parlo di sofferenza. Seguo il corteo fino al cimitero. In macchina penso di volere bene a questo mio amico. Lo penso e sto zitto. La mercedes grigia arriva al cimitero. Fiori e mercedes. Poi la terra.  Si spera tu stia andando a stare meglio. Io, mi allontanto, causa anche una molesta presenza che dal passato, dove avrebbe dovuto rimanere, ripiomba nel presente, ricordando un futuro che per me è più che un congiuntivo. Vorrei avere le parole per dirlo a lei. Che scherza, qualche battuta per ricordare tre anni. Per rianimare una confidenza che non voglio avere e che tengo, costretto dalla situazione. Vorrei fare una cosa solo. Abbracciare il mio amico. Ma non c’è tempo. Il ritmo è serrato e io sempre più indisposto dalla situazione. Me ne vado senza salutare, piano piano verso la macchina. Sento ancora più freddo. Nelle ossa. Ripenso a mia madre. Fossi capace di piangere lo farei. Fossi capace. Mi viene questa faccia da ebete, un misto tra Gattuso e Vieri, senza i loro locali e con qualche neurone meglio disposto. Mi metto alla finestra. Voglio provare a stare zitto ancora un po’. Se c’è una cosa che mi consola, è che lei è li, mi aiuta e mi guarda. Lo sento. Ecco, forse avrei dovuto dire questo al mio amico. Ma sono rimasto zitto. Voglio prenderla tutta, la vita, il futuro, prenderla e mangiarla. Il futuro. anche rivendendo un passato, mica troppo remoto, ma davvero poco indicativo, mi accorgo di non provare rancore. Stasera mi ci vorrebbe un discorso del Teo. Uno di quei grandi ragionamenti sulla vita, sull’economia e sul mondo, che solo il Teo è in grado di produrre. Mi farebbe sorridere come al solito e mi farebbe pensare quanto sia bello avere intorno solo amici che fanno fatica con il congiuntivo, che sono la migliore spalla per il presente.

E-logio all’E-sordio

 

Figli di una società nella quale tutto ci è dovuto, passiamo gran parte delle nostre giornate a lamentarci (chi più chi meno) per ogni cosa, ad imprecare contro chiunque e a criticare l’operato altrui, dimenticandoci di ringraziare molte persone e di queste qualcuna in particolare, che ha la capacità di farci vivere momenti diversi, regalandoci “SENSAZIONI” (ricordatevi questa parola) positive! Intendo dire che ci sono momenti all’interno delle nostre giornate che andrebbero goduti a lungo ed intensamente che invece troppo spesso affrontiamo come eiaculatori precoci!

E’ per questo che intendevo iniziare la mia partecipazione a “IL BRADIPO” con un ringraziamento, ma per farlo ho bisogno di intraprendere un breve ma noioso excursus:

Ho sempre avuto un rapporto difficile con i computer, con internet e tutto l’ambiente hi-tech in generale, diffidando di chi ne decantava le virtù e rimanendo per anni ai margini di compagnie troppo evolute per esserne partecipe; complice il lavoro arrivano i primi rapporti con lo sconosciuto, incontri indesiderati, sporadici ed occasionali che mi hanno privato della verginità sfoggiata con orgoglio fino a poco prima! Si sà…da cosa nasce cosa…i rapporti diventano piacevoli, più frequenti e la convivenza diventa una necessità, così finalmente (lo scorso week-end) arriva il collegamento internet da casa…ed ora come in ogni convivenza che si rispetti: sono cazzi miei!

Con la scrittura invece i rapporti ci sono stati, anche se gli unici che io ricordi riguardano le poche righe scritte nei temi in classe, necessarie per raggiungere una sufficienza e la promozione a fine anno…se si può dire che costrizione è bello, allora scrivevo con estremo piacere!?

Detto questo, ringrazio “IL BRADIPO”  per avermi fatto appassionare a nuovi mezzi, poco conosciuti ed utilizzati prima d’ora; con abilità e affetto il curioso mammifero mi ha adottato: prima come semplice comparsa, poi come polemico commentatore ed adesso come scrittore…a proposito, grazie anche a ilFranz, colui che mezzo E-MAIL (da quando ho imparato questa parola il trattino dopo la E diventa d’obbligo) mi ha donato i poteri necessari per entrare a far parte di un’E-LITE!

Sono senza parole, è davvero un’E-MOZIONE pazzesca confrontarsi con un nuovo mondo e soprattutto poterlo fare con la consueta E-SUBERANZA che mi caratterizza; me l’avessero detto non ci avrei creduto…auguro a tutti di provare questa “SENSAZIONE”!!!

A proposito…ricordate il “SENSAZIONALE TOMBOLONE DI NATALE”?? E’ con estremo piacere che vi comunico di aver capito di esserne io il vincitore…e se non siete d’accordo rileggete tutto…a me “IL BRADIPO” una sensazione l’ha regalata!!! Potete dire lo stesso???

 Si è compiuto un dramma di proporzioni inedite, nel mio piccolo paragonabile solo ai grandi traumi della mia infanzia, come l’essere arrivato secondo in tutte le gare dalle elementari al liceo. Una tragedia di proporzioni epiche in una domenica qualsiasi di gennaio. Sono un uomo distrutto, finito, usurato dal tempo. Le mie giunture cederanno al peso della sofferenza. Mi accingo a riprendere possesso del blog dopo parecchio tempo, per scrivere le pagelle di una serata, routine tranquilla per ri-impossessarmi del mio spazio on line, ormai invaso da ignoranti consapevoli e petulanti presidenti, amichette che si messaggiano e segretarie che si ingraziano i loro titolari. Mi accorgo da subito che qualcosa non quadra, ma vita la mia relazione con l’informatica, rapporto in crisi fin dai tempi del mio primo pc, sorvolo e passo oltre. Ma Cazzo Della Merda In Culo a Una Cicciona Brufolosa, sono sparite le foto. C’è poco da stare calmi. Far sparire le immagini di questo blog è come togliere la palla dal gioco del calcio. Cerco di capire quale sia il problema, vado sul sito dove conservo tutte le immagini e la Redazione mi informa che "le tue immagini sono state archiviate per uno dei seguanti motivi: 1) è più di un mese che non mi connetto  2) non capisco e sorvolo 3) non capisco e ripasso al punto uno". In fondo alla pagina la Redazione ha però il tatto di avvisarmi che non è tutto perduto: le mie immagini sono conservate in un link che trovo sulla mia casella mail. Basterà digitare la password e riprendere possesso del maltolto sarà un gioco da ragazzi. Mi sorgono dei dubbi: 1) ignoro a quale mail si riferiscano 2) ignoro a quale password facciano riferimento 3) ignoro se tutto questo sia giusto o meno. Sorvolo sul punto tre, mi sembra secondario, e mi concentro sui primi due. Il dramma si trasforma in tragedia: localizzo la casella mail, ma non ricordo la password. Provo con le prime tre parole che mi vengono in mente e ci azzecco (tutto quello che è codici, pin, password, nella mia vita è composto da parole e numeri più semplici possibili). Ma il famoso link a cui approdo mi chiede una nuova password. Santo Dio, Benedetta la Voglia del Cazzo che Mi è Venuta quel Giorno di Merda in cui Ho avuto quella Cazzo di Idea…  Ora credo che tutto abbia un sapore diverso, più acido. Non riesco più a scrivere, a raccontare. Manca un pezzo fondamentale di questo sito: le foto. Come spiegare certe espressioni dell’Ambasciatore? o del Teo? sono morto. Brutto scherzo, come se spostassero i tasti della tastiera… sarebbe un dramma… sqccweo yb seqnnq ‘?ui aeuw qpals… wek ehi aòslo non cakeuq ci alks ehi ma cazzo, non ci provate… 

l’ignoranza è tra noi

Oggi è il 15 gennaio. Non ci posso credere. Oggi è il 15 gennaio 2005. Con notevole ritardo chiedo a tutti voi….passate bene le feste?. La corsa per cercare di fare un capodanno decente è conclusa, tutto per evitare di passarlo a casa da soli magari con 27 film affittati e un pachetto di sigarette pronte per essere fumate. Oggi si riprende la rubrica dell’ignorante. Rubrica trascurata per fin troppo tempo dal sottoscritto. Alcuni di voi diranno meno male, ad altri potrà non fregare nulla. Insomma da oggi si riprende anche perchè in questi giorni ne ho viste fin troppe di ignoranze lasciate così a piede libero per non poterle raccontare. Signori il gioco si ripresenta! Se qualcuno di voi avesse dubbi idioti, stupidi, troppo banali da poter esternare in pubblico…bhè questa rubrica è per voi. Il vostro ignorante di fiducia è qui per voi. Cominciamo subito nel raccontare un’ignoranza così tanto per riscaldarci. Immaginate un ragazzo, un bel tipo devo dire, pizzetto sbarazzino, sguardo furbetto e, all’occasione, molto molto serio. Un bel giorno si sveglia alle 4.30 del mattino pronto per andare in aeroporto per prendere un aereo per Londra. Lui è uno di quelli che nel lavoro non lascia niente al caso, preciso puntuale….perfetto insomma! Ancora assonnato arriva a Londra pronto per passare una giornata di duro lavoro saltando da un contratto all’altro, con l’unico obiettivo di ritornare a Milano dopo due giorni con soldi e clienti in più. Signori però ecco la svolta. Verso  la sera della prima estenuante giornata di lavoro, una volta solo in albergo, in una stanza tipica inglese si guarda in giro, sposta i comodini, guarda verso i muri, prima verso il basso, poi addirittura verso l’alto….niente non c’è storia. Incazzato come una iena chiama la sua ragazza a Milano sia perchè aveva una voglia matta di sentirla e di dirle che gli manca da morire anche se non sono passate neanche 24 ore da quando si sono visti per l’ultima volta e poi di informarla di questa sconcertante notizia: "Amore guarda sono di un incazzato….ma si può che non c’è una spina che è una che vada bene per il ricaricabatterie del cellulare?! Non credo che la batteria tenga per tutto il tempo che sto qui!". Di tutta risposta il ragazzo, dall’altro capo del telefono sente solo un piccolo rumore…..clic. La sua meravigliosa ragazza ha riagganciato. Signori che uomo. Ma magari tutti noi fossi la metà di quest’uomo, sicuramente il mondo non girerebbe nè dalla parte giusta nè da quella sbagliata, starebbe fermo per paura di fare cazzate. Caro Franz devi sapere che gli inglesi sono così nazionalisti che hanno le prese di corrente diverse dalle nostre. Ma non ti preoccupare anche l’elettricista più sfornito di Londra vende gli adattatori. Signori che ragazzo fantastico. Secondo voi la sua ragazza lo amerà ancora? Non vi preoccupate, vi terrò informati. Ma ora, per la legge del contrappasso, vi delucido su una bella figura da ignorante doc che ha fatto il vostro ignorante di fiducia. Due giorni prima di Natale mio padre mi commissiona un lavoro, portare una pianta grande quanto il Pirellone all’ultimo piano di un palazzo in centro. Dopo aver superato il traffico prenatalizio di Milano, dopo 500 giri per trovare la via e giusto quelle due ore per trovare parcheggio riesco a portare la "sequoia" fin davanti all’ascensore. Bhè signori non ci entrava neanche la metà della pianta lì dentro. Quindi sei piani a piedi! Arrivato davanti alla porta, mi ripulisco dal sudore e dalle foglie che mi si erano attaccate alla giacca e suono il campanello. Niente. Vado avanti per 10 minuti….ma niente. Il ritorno a casa è stato come il ritorno del soldato dal fronte. Entro in casa e trovo mio padre seduto al tavolo con mia madre e due tizi mai visti. Fregandomene dei due ospiti a me sconosciuti comincio a smadonnare contro tutto e tutti e soprattutto contro chi abitava in quella casa maledetta. Durante la mia performance da mille e una notte vedevo i miei progressivamente sbiancare ma credevo che fosse per la mia grandissima capacità oratoria nel riuscire a dire 27 parolacce e imprecazione senza neanche sbagliare la coniugazione di un solo verbo. Solo più tardi, dopo che a mia madre avevano dato dei sali per riprendersi dallo shock, sono riuscito a sapere che i tizi a me sconosciuti altri non erano che i destinatari di quella pianta. Signori quello che è successo dopo è un’altra storia. Questa è vera ignoranza! E per ignoranza intendo il non sapere che molto spesso bisogna tacere. Comunque, queste sono 2 semplici storie di 2 semplici storditi, sì storditi dai fumi dell’ignoranza. Ora tocca a voi. Scrivete nei commenti le vostre mancanze. Il vostro ignorante è tornato sempre pronto a raccontare e raccontarvi. A presto. Buon ignoranza a tutti.

Il Grosso Grigio e la Grande Mamma

fumator de habana 

Se c’è una cosa che mi irrita sopra la media è la Partenza Riflessiva. La Partenza Riflessiva mi coglie prevalentemente quando mi sveglio per forza, controvoglia e di corsa, in inverno e in una giornata metereologicamente instabile. Stamattina mi sono svegliato di corsa, controvoglia, in pieno inverno  con uno di qui cieli che solo Milano sa regalare: una tenda grigia stesa sui tetti. Salgo in macchina, percepisco i sintomi della Partenza Riflessiva e tento di sviare la sorte con la radio a manetta. Il Cd salta, operazione che potrebbe costare alla amata radio il lancio dal finestrino. Ma si farebbe davvero poco male, essendo io incastrato in un unica lamiera di macchine. Trasformazioni della Circonvallazione di Milano. Per chi non ci abita vale la pena di vederla almeno una volta nella vita.  Tiro giù il finestrino nel preciso istante in cui un grosso monovolume prova la partenza rapida. Ingoio quei tre o quattro grammi di polveri sottili che mi avvicinano al paradiso di qualche mese. Perchè per forza uno che attraversa Milano al mattino in macchina deve andare in Paradiso: ha già visto l’inferno. La Partenza Riflessiva è alle porte, mi coglie alla sprovvista. Merito forse anche del breve calcolo che riesco a produrre e che si spiega in poche parole: esattamente un giorno prima di questo inferno ero ancora nel mondo dei sogni a Roma, dove mi sarei svegliato con calma, toccando con i miei piedi i piedi della Signora e invitandola a fare colazione sotto il sole in una qualsiasi delle tremila piazze del centro. I miei piedi toccano l’acceleratore, lo sfiorano appena, puro petting automobilistico. Mi accendo la prima sigaretta. Io non smetterò di fumare. Una sigaretta è un piacere, uno sfizio, un vizio, un ipoteca su un cancretto, un gesto famigliare, un gesto che amo. La Grande Mamma qui non può vedermi.  Mi torna il buonumore di colpo. E non è merito della sigaretta. Sorrido, mi viene spontaneo, girandomi a destra e a sinistra. I vicini di ingorgo mi guardano sospettosi. Un paio di ragazze ricambiano, un vecchietto saluta, probabilmente scambiandomi per chissà chi, una signora mi fissa scioccata. Faccio così fino all’ufficio. Sorrido a tutti. Magari a qualcuno sarà servito. Anche solo per chiaccherare. Scendo e mi accendo la seconda. Quella prima dell’ufficio. Per volere della sorte mi hanno tolto dalla mia tana, dove potevo scappare fuori per una sigaretta. Sono finito davanti al capo. Promozione o controllo non mi interessa più di tanto. Fumerò di meno. Non fumo in ufficio. Io ho il vizio, ma anche la passione. Sono il primo che si infastidisce. Ne approfitto per guardare il cielo, il Grosso Grigio. Ripenso alla serata di ieri. 23.55: un cartello avvisa: l’ultima sigaretta. Arriva prontamente un cameriere, decisamente omosessuale del genere Checca Impazzita, e tutto soddisfatto mi annuncia: "Finiscila in fretta, manca poco e poi basta". Quello che si è mosso dentro è stato qualcosa di intestinale, muscolare, celebrale. Ho desiderato nell’ordine: sodomizzare il cameriere, sodomizzare un passante, picchiare i pugni sul tavolo, picchiare la nuca sul muro, urlare frasi di odio in francese. Ma poi, vuoi perchè con il francese sono un po a secco, vuoi perchè la sodomia mi urta, ho preferito uscire in strada. La Grande Mamma ha deciso per il nostro bene così. E così sia. Fuori c’è gente, e la sigaretta diventa uno spunto per il broccolo. Con largo anticipo riesco ad immaginare che il fumo sarà la prima causa di tradimento notturno.  Non sono arrabbiato, mi adatterò, me ne farò una ragione, e confiderò nelle leggi all’italiana. Ma di certo berrò di meno, appena possibile cercherò di stare all’aperto, e sceglierò ogni tanto un locale per fumatori. Ma di una cosa sono sicuro: il proibizionismo in ogni sua forma fallisce e degenera, e lo Stato Mamma ha da sempre perso i suoi figli lungo il percorso. Per i sognatori non fumatori che credono che lo Stato Mamma pensi al loro bene cito piccoli spunti: un letto d’ospedale, terapie a lungo termine, degenze costose, solo alcune delle voci di spesa di una sanità al collasso. E al fumatore ricordo: basterebbero tre sigarette in meno al giorno per produrre un danno davvero alto allo Stato Mamma, che non ci vuole far fumare, ma che con le tasse sulle sigarette arrotonda i bilanci. E poi, appena prima di entrare in ufficio, guardo in cielo, e penso al riscaldamento a gasolio, al trasporto su gomma, all’inquinamento dovuto alla benzina. Se alla Grande Mamma interessasse davvero la mia salute, saremmo tutti in bicicletta. E magari dal Grosso Grigio spunterebbe qualche raggio di sole… mi giro e sorrido a un peruviano con un furgone, lui rallenta e con la solennità di un reale inglese mi sfodera un dito medio lungo e sottile.

Paralipomeni alla Batracomiomachia

La Signora Incipit di anno sicuramente scoppiettante. La famiglia si sparge per le terre conosciute. Tornato il Presidente dalla sua visita ufficiale nell’Est, ci propone l’album di foto. Stallone bionde e rosse si alternano sulla macchina digitale. L’Ambasciatore viaggia verso il Nord: destinazione sconosciuta. Direttore organizzativo: Cinzia, quindi siamo a posto. wilson propone con la sua nuova agenzia di viaggi “Scommettiamo che?” un tour per Genova con passaggio al Casinò e breve sosta all’Ippodromo. Sembra quindi tornato alle sane abitudini di una volta. Krine è simpaticamente sollazzato dal grande viaggio primaverile della consorte.  Renato, in memoria della stagione passata, ripropone le vette aostane. Mi metto in marcia anche io. Per una celebrazione particolare. Nella Città Eterna per il compleanno della Signora. Il viaggio: sono tutti in viaggio…. Milano semideserta piange la povertà di sempre, con il solito affollamento da MediaWorld e le code al cinema. Il telefono in ufficio squilla due volte al giorno: sono i parenti che chiedono notizie. I servizi del telegiornale si dividono: poca attenzione al lanciatore di cavalletti, terrorismo psicologico per il maremoto e le solite riprese panoramiche delle piste da sci. Nulla cambia, e per la prima volta mi accorgo che lascio volentieri Milano. Il tour organizzato con gli amici americani (duomo, ticinese, montenapoleone, tutto compreso) mi ha fatto capire quanto si possa amare Milano. Se presa a piccole dosi. Parto felice, lascio la famiglia bradipa dispersa, con i superstiti in città che vanno avanti. Quattro giorni per tradire Milano, per stare seduto ad ascoltare il rumore che preferisco più di tutto: la risata sottile della Signora.