Qualcuno ha percaso visto il mio orgoglio?

Racconto in Si bemolle, accompagnato da sottili sfoglie di rhum e brevi interludi di fumo azzurro, il tutto servito sopra un disco che manda sempre la stessa canzone.

Come quando, appena finito di fare l’amore, guardi il soffitto e pensi che, dopotutto, sei un po’ arrivato. E qualcosa ti spaventa. Non si riesce a definire se sia "un po’" o "arrivato".  Metto in ordine i souvenirs che ho raccolto, paccottiglie dell’anima. Se il cuore fosse una stanza, il mio sarebbe una camera di una vecchia puttana. Ricordi  e foto, un mobile decisamente fuori moda, un letto che fa un gran rumore, e la luce che va e che viene. Per uno strano fenomeno cardio-immobiliare, rimangono solo alcune cose. C’è sempre da mettere in ordine, ma è poca cosa se l’autore del disordine è il medesimo proprietario. Un disordine legalizzato. Schiacciando la testa sul cuscino non si può certo sentire il rumore del mare. Se sbagli lo strumento, difficilmente otterrai il risultato. Sotto un mucchio di magliette che non uso più posso sempre sperare di trovare una risposta, ma sarà dura. Considerando la situazione si può dire che io stia decisamente bene. Ma è arrivata l’ora delle pulizie di primavera. Tra un viaggio è l’altro, sempre in viaggio a raccogliere le piccole paccottiglie, metto in ordine. Si iniziava a sentire un deciso odore di merda. Non è cosa buona e giusta, e non ci vuole un dottore. Ho anche un amico che ha preso una filippina. Razza strana le filippine dell’anima, sembra che puliscano, ma spostano semplicemente le cose. Io faccio da me. Tenendo conto dei numerosi ospiti, non è neanche bello che ci sia questo puzzo di merda. E’ che capita che ci si faccia l’abitudine. O si compri un deodorante di coscienza. Uno sport, un’hobby, un deodorante. Schiacciando la testa sul cuscino scopro che il mare è solo disegnato sopra. Ma almeno non sento il traffico in sottofondo. Mi devo solo ricordare di mettere in ordine.

Per concludere si possono gustare alcuni frammenti di vita, conditi con il sorriso che si fa quando si ritrova una vecchia foto, accompagnando il tutto con rapide pulsioni dovute alla fame impellente.

 

Lotta dura – senza paura

Sono un reduce. Ritorno. Ma inizio il racconto dall’andata. Milano – Reggio Calabria 10 ore, con levataccia inclusa, sole primaverile in omaggio, furgone prossimo alla fusione, 13 autovelox sfiorati, 12 sigarette, 3 caffè, 2 pieni con pisciata, 1 litro d’acqua, 1/2 di spremute, due brioches e un dolorino alla schiena stile over 50. Non è colpa mia se più che un racconto sembra una ricetta, nulla si può aggiungere. Arrivo a Rosignano in pieno pomeriggio. Il paese è in pieno stile tunisino, con una casa su due abusiva, una faccia su due da galera, e un incrocio su due fatto con la consapevolezza di avere tutti gli occhi addosso. Albergo Vittoria, in perfetta ambientazione Abusiv, con muri a intonaco dubbioso, persiane chiuse da troppo e parcheggio fatto quando la macchina più grossa era la 126 turbo. L’occasione di tutto ciò è un Open House. Che non è una discoteca. E’ un modo educato per dire che si passa il week end a lavorare in posti variabili tra l’ inculoalmondo e alla finedelcielo. Obbiettivo: sfondare il mercato calabrese. Per l’occasione si mobilita un perfetto spaccato della classe imprenditoriale del nord, decisa ad esportare la new technology in un posto dove sarebbe già un successo se prendesse il telefonino. La camera da direttamente sul mare, a detta della pachidermica signora dietro al banco. Per i miei occhi da su una spianata di villette abusive. Il mare lo si immagina. Meglio così. I due giorni passano spediti, tra le solite 25 frasi fatte davanti allo stand, le 36 strette di mano a facce sconosciute, mangiate pantagrueliche in stile calabrese (la cosa meno piccante era il vino) e fine serata in reception insieme al resto del Nord Produttivo. C’è un vasto campionario di venditori: dal Marocchino da Bancarella al Figlio di Puttana Incallito, passando per il Trafficone fino al Laureato in Marketing. Tutti fanno il loro mestiere, compreso un simpatico terzetto di giapponesi dall’età indefinita, che maneggiano telecamere e monitor come antichi sacerdoti alle prese con il Graal. Giusto il tempo di smontare, imballare, etichettare e ripartire per l’ora di cena. Tappa prevista: Orvieto, poco sopra Roma, per nottata in motel da rappresentante con tanto di colazione di gruppo e arrivo in ufficio senza che nessuno abbia percepito la tua assenza. In verità perdiamo di vista l’aspetto più importante: quello che ci aspetta è un viaggio nello scibile umano. La Salerno-Reggio  non è un autostrada, ma un percorso di vita. Si parte con una splendida stellata costiera, ci si imbuca in un cantiere da 200 Km, corsia unica, infilati tra un tir e un pullman. Si chiacchera, si ride, si telefona. l’ora del primo caffè coincide con l’arrivo tra le prime montagne. Lo spettacolo è garantito. Neve ovunque, con particolare attenzione al manto stradale: assomiglia più a una pista di montagna che a un’autostrada. Mi adeguo allo stile boy scout e porto il furgone in prima. Ogni tanto metto la seconda per ricordarmi di non morire. Un cartello avvisa, o forse minaccia, che mancano 260 km a Salerno. La matematica diventa una opinione, non si fanno calcoli di tempo. Arrivo a un ottimo livello di tolleranza proprio nel momento in cui mi trovo davanti l’autostrada sbarrata. Per una manifestazione. Per solidarietà a priori con i manifestanti non commento a voce alta, ma immagino le loro mogli impegnate in scene hard con discreti mori superdotati. La deviazione procede verso le montagne. Statali anonime, Italia agricola e sconosciuta. Qui se ti fermi e chiedi se è arrivata Fastweb ti dicono che hanno solo l’Averna. Ci si ferma anche per una breve pennica nel nulla totale. Si riparte con una nuova deviazione. La deviazione della deviazione. La deviazione al quadrato. Tento di tenermi sveglio con delle domande a trabocchetto, ma per stanchezza mi svelo le risposte. Il gioco del quiz truccato mi fa compagnia fino ad Avellino. Che sapevo esistere solo per le figurine dell’album panini. Qui si torna in autostrada. Sono le tre di notte. Orario in cui fermarsi o andare avanti non fa nessuna differenza. Vado avanti fino alle lacrime. Mi fermo in un area di sosta. Mi addormento nel furgone. Fuori piove e fa freddo. Dormo quelle ore giuste giuste per riuscire a ripartire. Piano piano Roma. Poi Perugia. Quasi Firenze. L’Appennino sotto la neve è un gioco da ragazzi. Bologna, mi sento a casa, Modena, Reggio Parma Fiorenzuola Piacenza. A Lodi sono arrivato. 17 ore di navigazione. Arrivo in ufficio giusto tre minuti prima dell’appuntamento. Finisco che sono le sette e mi metto in macchina per casa. Ingorghi da città. Parcheggio di traverso su un marciapiede. Entro in casa e capisco di avere fatto molto di più di un Open House. E’ stata un’Ipotesi di Complotto. Trovo carino aggiungere, senza riuscire a trattenere un sospiro di sollievo, che è successo tutto veramente.

nemmeno un discorso del Teo

 Un sabato come tanti. Nel mondo adesso, mentre scrivo, dovrebbero raggiungere l’orgasmo circa 759.000 persone. Nello stesso momento qualcuno sta guardando la pioggia sul mare, qualcun altro è seduto su una seggiovia, qualcuno sta scrivendo su un blog, su un diario. Qualcuno si sta dando il primo bacio, qualcuno sta piangendo, qualcuno tira semplicemente avanti. Io non faccio nessuna di queste cose. Mi limito a stare seduto davanti al computer, inebetito, a cercare un disco giusto per scrivere. La musica. Sono reduce fresco da un funerale. Non era il mio, la cosa mi solleva solo in parte. Il solito servizio completo di lacrime, fiori, abbracci e un sacco di parole dette per riempire vuoti che starebbero benissimo in piedi da soli. Ripropongo a me stesso di ascoltare qualche parola del prete, ma come al solito mi trovo a fissare la bara. I fiori sopra, più colorati possibile, il bordo dorato sul finto legno pregiato. Mi ritrovo così alla fine del funerale, zitto e immobile, a chiesa semivuota. Passa il mio amico. E’ suo padre. Più esattamente il compagno di sua madre. Non so se la cosa faccia degli sconti alla sofferenza. Sto zitto. Non parlo per una precisa ragione. A un uomo arrivato in paradiso, San Pietro chiese di scegliere se avesse voluto restare o andare  all’inferno. L’uomo passeggiò per il paradiso, un luogo azzurro e asettico, silenzioso e solenne. Chiese se gli fosse stato  possibile dare un’ occhiata all’inferno. San Pietro acconsentì. L’uomo, entrando all’inferno trovò il Piacere, il Godimento, l’Assoluta Lussuria. una grande festa, sfrenata e assoluta. Ritornato in paradiso passò qualche giorno prima che riuscisse a chiedere a San pietro se fosse stata  possibile un altra visitina. San Pietro disse che non era possibile. L’uomo avrebbe dovuto scegliere. O su o giù. L’uomo, memore di tanto divertimento, scelse senza dubbio l’inferno. Entrato fu preso da un  diavolo, fu castrato, violentato. Gli fu tagliata la lingua e iniziò a soffrire le più atroci e distruttive pene. Tra un gemito e un urlo chiese al diavolo come fosse possibile tutto ciò. Lui aveva visto cose davvero diverse. Il diavolo sorrise e gli disse: "c’è una bella differenza tra turismo e immigrazione". Per questo sto zitto. Non sono un turista della sofferenza, purtroppo. Sono immigrato, troppo presto e in malomodo. Mi lecco ancora qualche ferita. Per questo sto zitto. Non parlo di dolore, non parlo di sofferenza. Seguo il corteo fino al cimitero. In macchina penso di volere bene a questo mio amico. Lo penso e sto zitto. La mercedes grigia arriva al cimitero. Fiori e mercedes. Poi la terra.  Si spera tu stia andando a stare meglio. Io, mi allontanto, causa anche una molesta presenza che dal passato, dove avrebbe dovuto rimanere, ripiomba nel presente, ricordando un futuro che per me è più che un congiuntivo. Vorrei avere le parole per dirlo a lei. Che scherza, qualche battuta per ricordare tre anni. Per rianimare una confidenza che non voglio avere e che tengo, costretto dalla situazione. Vorrei fare una cosa solo. Abbracciare il mio amico. Ma non c’è tempo. Il ritmo è serrato e io sempre più indisposto dalla situazione. Me ne vado senza salutare, piano piano verso la macchina. Sento ancora più freddo. Nelle ossa. Ripenso a mia madre. Fossi capace di piangere lo farei. Fossi capace. Mi viene questa faccia da ebete, un misto tra Gattuso e Vieri, senza i loro locali e con qualche neurone meglio disposto. Mi metto alla finestra. Voglio provare a stare zitto ancora un po’. Se c’è una cosa che mi consola, è che lei è li, mi aiuta e mi guarda. Lo sento. Ecco, forse avrei dovuto dire questo al mio amico. Ma sono rimasto zitto. Voglio prenderla tutta, la vita, il futuro, prenderla e mangiarla. Il futuro. anche rivendendo un passato, mica troppo remoto, ma davvero poco indicativo, mi accorgo di non provare rancore. Stasera mi ci vorrebbe un discorso del Teo. Uno di quei grandi ragionamenti sulla vita, sull’economia e sul mondo, che solo il Teo è in grado di produrre. Mi farebbe sorridere come al solito e mi farebbe pensare quanto sia bello avere intorno solo amici che fanno fatica con il congiuntivo, che sono la migliore spalla per il presente.

Ma tu per l’ultimo?

willyambafranz










 


 


 


 


 


 


 


 


 


Ah già capodanno… quasi dimenticavo. L’anno nuovo. come sarà questo 2005? Ti auguro tutte le fortune


sii felice, spero tu sia sereno e soddisfatto. Spero tu stia ciulando. E via con i messaggi.


Ex fidanzati che colgono l’occasione, amici che trovano il numero in rubrica, sconsciuti che sbagliano


numero, amici veri che cadono nel precipizio del banale. Si divide in parti uguali l’italica massa: i “non me


lo perdo nemmeno se muoio”. Festone in discoteca, camicia nuova e mutanda rossa d’ordinanza,


che poi sono quelli che rimangono sempre con l’amaro in bocca,


perchè dopo tutto se lei non ci stava in agosto non è detto che si ricreda per la fine dell’anno solare.


Poi c’è la tribù dei viaggiatori: popolo di studiosi delle guide turistiche, folla che spulcia interi manuali


e siti internet, per poi affidarsi al last minute che li scarica sul Mar Rosso, tra un piatto di spaghetti


alla bolognese cucinati da Amedh e un bresciano ubriaco che ride a crepapelle.


Il popolo degli alternativi, in lieve crescita, gode del fascino del “nessuno lo fa”. Riempiono


cascine e fattorie, cenano sobriamente, brindano a lambrusco e si risvegliano all’alba del


primo comnvinti di essersi fatti solo del bene. Poi c’è il popolo dei lavoratori: davvero in


crescita, tira le sue fila traendo beneficio dalle delusioni del popolo dei nottambuli e da quello


dei viaggiatori. Per questo viene chiamato anche popolo degli scottati. Sono i più apprezzabili


dal punto di vista sociale ( perchè lavorano). Memori della grande rottura di coglioni, ricorrono


all’espediente: “tanto è sempre una merda”. Senza piangersi troppo addosso cercano un lavoro


che durante l’anno non avrebbero mai fatto e alla domanda “tu per l’ultimo cosa fai?” provano


grande piacere nel rispondere: non so, forse lavoro.


Il popolo dei Fidanzati ha la sua arma migliore nel ripieghino. Il ripieghino è quel movimento artistico


con cui uno dei due parte sbottando: “se nessuno organizza niente, ti porto via e basta”. Finiscono


stipati in alberghetti sparsi per l’Italia, si baciano, si guardano, brindano, fanno il dovuto e dormono.


Alla sveglia del primo è bon ton dire:”amore, ci aspetta un altro anno insieme”. che profuma più di


minaccia che di promessa.


Tra un regalo e l’altro, il nostro inconscio ha già scelto da tempo cosa fare. Uscirà fra poco, soave,


tra un discorso e l’altro. Io ho fatto il Lavoratore, il Fidanzato e il Viaggiatore e il Nottambulo.


E l’unica osservazione che faccio è che tutte le volte sono scappato da qualcosa.


Qualcosa che a capodanno pesa un po’ di più…


e mi permetto un consiglio…anzi no. Perchès e qualcuno me lo avesse dato per


tempo, non lo avrei ascoltato lo stesso…


XXIII X LXXXXVII

frankiadove sei adesso è troppo lontano perfino da immaginare. Non avrei mai pensato di portarti così nel cuore. La cosa più brutta è stata l’addio. In un addio ci sono sempre troppe parole non dette. e nel silenzio di tante sere ti sogno qui vicina. Mi piacerebbe sapere cosa pensi, sapere cosa faresti al mio posto. Mi scappa un sorriso, a dover essere obbligato a dare una data al ricordo. Sei sempre qui, non sei mai andata via. anche se adesso è troppo tardi per dire quello che non si è detto. guarda come sto, guarda come cammino adesso. Ne saresti fiera. E se davanti a un bivio mi fermo è per pensare a cosa avresti fatto tu. Dentro tutti i miei sbagli, vicina a tutti i miei consigli, con quel sorriso perfetto per una cartolina. perfetto per essere regalato. Dare e avere, respirare e pensare, tutto ti devo. Mi piacerebbe essere ancora preso per mano, accompagnato dentro a tutti i casini che combino. Per questo ti porto sempre con me. E porto dentro quel sorriso. Solo una donna innamorata può sorridere così. Lo porto sempre con me, il sorriso da cartolina, la prima spedita dal cielo. Sulla mia mano, per toccare tutto quello che toccherò… per saperti vicna ancora, in un anello…

Riassunto ragionato di un’estate con i fiocchi

L'opera d'arte somma: il dino e il franz avevamo paura che il tempo cambiasse le cose: è stato così. Raccontare tre mesi in un blog è come voler spiegare la perfezione di questa opera d’arte. Non proverò a fare nessuna delle due cose. Vorrei solo passare con l’evidenziatore su qualche riga, che altrimenti rischia di passare inosservata. Rispetto ai molteplici giri d’Italia compiuti questa estate dalla gens bradipa do una rapida e ripida spiegazione giustificando il tutto con la mole di richieste che hanno affollato la sede milanese. I Bradipi sono stati in tour tutta l’estate, e non è ancora finita. Festeggiano il lieto rientro dell’Ambasciatore, attualmente ridefinito come il Nullafacente, e della sua fedele consorte ( la Nullafacente). Se personalmente dovessi ringraziare per l’ospitalità ci vorrebbero troppe righe. Mi salvo con un generico grazie per un’intera estate da zingaro. Alcune facce nuove affiorano dal nulla milanese. E i vecchi personaggi si rafforzano con nuove identità….

la coppia che scoppia Furci Siculo, in un pomeriggio di agosto: la presente foto ha un immane valore storiografico per i seguenti motivi: 1) è l’unica dove Lo Svarionato appare in grado di intendere e di volere ( solo apparenza). 2) Il Franz e lo Svarionato non negano la loro omosessualità in un tenero scatto che li ritrae in un momento di relax. Per chi volesse ancora pensare ai due come eterosessuali chiare sono le analisi statistiche sull’andamento della vacanza siciliana: donne con cui hanno dormito: 0. donne con cui sono stati in luoghi remoti o poco illuminati: 0. Donne con cui sono usciti: 0. Per una media totale di 0 broccoli tentati.

Colloquim vitae

queste sono parole che vengono soltanto da seduti. Troppe parole per cercare di capire. Così mi sono seduto e le ho chiesto perchè. Ho mischiato la mia anima con gente che si sentiva a posto. Io che mi sono sempre andato stretto. Per volere della sorte ho smesso. Credevo di poter tornare indetro, scoprendo che è già un impresa andare avanti. Mi piace sentirti di nuovo. Ti sento correre sulla pelle, ti bevo a piccoli sorsi di rhum. Il peggiore ruhm del peggior supermercato. Il fegato ride. Mi fai impazzire quando ti infili in un pensiero qualsiasi in un martedì pomeriggio. Le ho ricordato che c’è anche l’amore. Lo respiro e lo cerco come mai prima. Mi piace l’aria dei campi, e le poche stelle che stanno sedute sopra l’areoporto. Mi sono sentito al centro di tutta la città, senza paura. Volevo urlare, ma ho finito le parole. Ha usato un uomo come ostaggio. Mi ha minacciato con l’amore e ucciso con un tradimento. Morto per quasi una notte. E tutte le parole e le lacrime escono solo quando sei seduto. ricordati di passare a riprenderti la faccia. Fra i due, per fortuna, ho amici alla ribalta. amici di uno che deve andare a testa alta. Ho un amico che fa il Killer. Sa usare tutte le armi, è silenzioso e preciso. Uccide i sentimenti che incontra. Ho un amico che si è addormentato su una gonna. Nel profumo pulito della seta non riesce a svegliarsi. Potranno mai le mie parole regalarti il senso? Ho un amico che è amico di tutti, non si fida di nessuno. Fa il pittore. Dipinge di grigio tutto quello che incontra. il grigio è il colore di chi non si fida. Vorrei una chitarra grigia, dipinta da un giovane Picasso, il maestro dei colori. Ho steso i panni al sole, non riesco a nascondere nulla a nessuno. Ho amiche che sono bravissime a lavare e stirare una coscienza ferita. E ho conosciuto anche chi la tiene su sporca, senza lavarla mai. Avevo paura di viaggiare, adesso non ne posso fare a meno. Mi porta lontano tutti i giorni il tuo sorriso. Fosse stato qui, e tu anche, sarebbe stato tutto normale. Ho paura dei bambini, potrebbero farmi male. Ho paura delle case troppo lucide. Uno che ha tempo di lucidare viaggia poco. Avevo paura di tutto, finchè ho smesso. Il rischi adesso è non averne. Sono forte nel vento, ma debole nella calma. Ho un’amico ossessionato dai binari. Perchè sono paralleli, e lui soffre del fatto che non si incontreranno mai. Quando mi sveglio da soffici poltrone di pelli, e mi trovo in un’altra città, mi rendo conto della mia fortuna. Fortunato per il viaggio e per la possibilità di tornare a casa. Nella mia casa. L’atterraggio è sempre meglio del decollo. Avrò cura di bagnare tutte le piante dei ricordi, ma non lo farò con le mie lacrime. Il profumo del sesso rimane nelle ossa. Sotto sotto eri stata la mia migliore invenzione, cara vita. Peccato averti venduta. Quella che ho comprato poco tempo fa mi va stretta come te. In quella stanza ho messo le scatole rotonde di tutti i ricordi. Ho perso la chiave, ma è una porta che si apre quando vuole. Ci sono troppe cose belle da prendere. senza perdere tempo a cercare una ragione per farle. Mai ritroverò la spada con cui ho ucciso la fiducia. Passa di mano in mano. armato di buon gusto per le cravatte e per i deodoranti, vado a buttare tutto nell’acqua del mare più vicino, lo stesso mare che divide. E’ l’acqua che mi passa sulla pelle che la rende impermeabile a un certo tipo di persone. Tutto questo e molto di più.


Lettera scritta in una notte, seduto per forza, per una breve sosta,


Franz

il disco del mese: Franz e il suo nuovo singolo

scusa lucio...in esclusiva per il Bradipo ecco il nuovo disco di Franz. Appena uscito è già il tormentone di questa estate. Pubblichiamo qui di seguito un breve estratto dell’intervista esclusiva, eseguita da Wilson:


Ho scritto “perchè non vi fate una tazza di cazzi vostri?” pensando proprio al mio pubblico. quel pubblico che segue ogni mio passo con interesse, i miei fan sparsi in tutta Italia. Lo dedico a loro, ai fabbricatori di frasi fatte e di giudizi. Metterò nell’album anche altre canzoni, tra cui: “io l’avevo detto” e la ballata “lo sapevo che era solo un mese”. Ho anche un pezzo, un duetto, di cui non so ancora il titolo. Lavoro fervente nella redazione del giornale: “giudizio universale”, dove la redazione, in costante crescita, elabora l’uscita di uno speciale dal titolo: “Franz”. Illusione credere che qualcuno ti aiuti al posto di dare aria ai polmoni. Perdonatemi per il breve sfogo, ma almeno rimarranno scritte le vostre perdite di aria. E se l’ascolto e il silenzio fossero già un inizio? Bastano due parole di Willy per aiutarmi, o Sabi che ascolta. E Rena che si impegna a capire… sottili differenze: ognuno investe il tempo come meglio crede… tutto servirebbe a noi due tranne questo. Ma cosa volete che ne sappia io?


Firmato: Franz, il vostro argomento.