Dove finiscono i vestiti che buttiamo?

Mentre cammino mi viene il dubbio di aver dimenticato le chiavi, e allora metto una mano sul fianco sinistro, all’altezza della tasca. Sento il mazzo di chiavi, riaccelero il passo. Sono le sei e cinquantasei, il buio ormai arriva fino alle sette e un quarto, i lampioni sono ancora accesi, in giro ci sono sono i padroni dei cani, con i loro cani, e l’aria è umida, quasi bagnata.

Di ottobre e di maggio mi piace che sono i manifesti che ci ricordano dell’estate. Sono i mesi migliori dell’anno, dico sottovoce tra me e me. Mi spingo, addirittura, a dire che ottobre è meglio di maggio. Ormai, maledetto cambiamento climatico, a maggio piove e il freddo non molla se non alla fine del mese, un paio di notti prima che esploda il caldo feroce. Ottobre invece ha serate lunghe con tramonti spericolati, e il sole scalda il giusto. Ottobre è meglio, e mi piace prendere queste posizioni così nette, fin dal primo mattino. Ieri ho letto un libro in cui c’era la formula della felicità. Mi sembrava scritta bene, più o meno così: felicità = divertimento + soddisfazione + significato.

Mi hanno tolto l’ufficio, così mi trovo spesso a lavorare da mio padre, in quella che è stata la mia camera per quasi trent’anni. A volte mi annoio nelle call e mi metto a rovistare nei cassetti. Ritrovo lettere, quanto ci scrivevamo, e cimeli storici. Biglietti del treno, drink di discoteche che non esistono più, tessere, foto.

Ho iniziato, per la terza volta, a scrivere quello che vorrei fosse il mio ultimo libro. Intanto quello prima, l’unico romanzo, Tre Settimane di Ottobre, è sparito da Internet. La casa editrice è fallita, peccato averlo fatto prima di avermi pagato. Mi viene voglia ogni tanto di ripubblicarlo, è una storia a cui sono affezionato. Ma ho così poco tempo e così tanto da fare, mi dico, poco prima di passare intere mezz’ore online a scrollare video di gatti, video di skaters, video di band che vorrei vedere dal vivo, video di politica di paesi lontani. Il mio algoritmo è buono, mi lascia convivere con desideri carnali, cazzate, robe superficiali e qualche cosa importante.

A maggio quest’anno ho deciso di scrivere almeno dieci minuti al giorno. Sono riuscito a mantenere la promessa per una settimana intera, prima di arrendermi, e perdere le tracce delle mie geniali idee.

Una sera stavamo facendo l’amore, prima di cena, in quella manciata di ore che ci restano da vivere, e mi sono sentito vivo per davvero. La mattina dopo ho guardato con grande soddisfazione la mia crema da barba. Aver sostituito la schiuma con la crema è stata una vittoria davvero significativa. La crema ha un profumo buono, occupa meno spazio quando viaggio, cioè sempre, e il barattolo non si arrugginisce. Guardavo la pasta bianca con soddisfazione, poi mi sono guardato nello specchio e mi sono chiesto perché. Perché mi fossi sentito vivo.

A casa di mio padre ho ritrovato una lettera di Giulia. Ho conosciuto Giulia al mare, all’Isola d’Elba. Ci siamo scritti due lettere a settembre e poi è venuta a Milano. Siamo stati insieme un pomeriggio. Abbiamo limonato come se fosse l’unica cosa necessaria al mondo, sdraiati sul prato davanti al Castello. In Stazione, mentre aspettavamo il suo treno per Roma, mi ha detto che era stata bene perché si era sentita viva. Io le guardavo le guance, non capivo molto, mi sarebbe piaciuto molto andare avanti a limonare. Non ci siamo mai più visti. Ho cercato su Instagram, Giulia ha un naso perfetto, rifatto, un curioso caschetto nero, un uomo calvo e sorridente al suo fianco e un cane.

A ottobre dell’anno scorso, mentre iniziavo a scrivere questo nuovo libro, è successo qualcosa di strano. Il mio corpo non rispondeva più come prima. Qualche ora in più per recuperare un bicchiere di vino, mal di schiena, ma soprattutto un cortocircuito, così lo ha definito la dottoressa, tra il mio cervello e le mie mutande. Normale, ha detto, a questa età. Mi ha prescritto una pillola e mi ha fatto tanti auguri sorridendo. La sera dopo la visita, arrivato in albergo, sono rimasto una buona mezz’ora a guardarmi il cazzo, nudo nel letto seduto come un orango. Carne molle, bianchiccia, il respiro che muove la pancia, il silenzio. A me non piace che noi non collaboriamo più, gli ho detto. Anche se non credo sia normale parlare con il proprio pene.

Le pillole le ho prese una sera solamente. Ma le porto sempre con me, perché sono finite nel porta pillole da viaggio insieme all’ibuprofene e alla melatonina. È un astuccio rosso, rovinato, di medicine rubate alle loro comode scatole, che lascio scadere nel mio zaino. Vivono con me per anni, prima di finire nel cestino.

E poi, quella sera mi sono trovato a dirti che mi sentivo vivo, mentre eravamo a letto, abbracciati. E la mattina dopo, mi hai detto che ti piace trovare il mio profumo addosso. Questione di possesso, immagino.

Nel libro che sto scrivendo ci volevo mettere questa cosa qui, del sentirsi vivi. Perché mi sembra così rara. Mi piacerebbe davvero, la mattina quando prego, sentirmi così vivo. Anche la sera quando scrivo.

Invece sono finito a scrivere di morte e altre cose. Mi perdo per strada, e scrivo poco.

Non finirà bene.

Ho pensato stamattina, mentre camminavo, che sono fortunato ad essere vivo. E anche ad avere le chiavi di casa, che è un periodo che perdo tutto, anche la felicità.

Mi sembrava bella, la formula che ho letto.

Il libro che sto scrivendo alla fine parla d’altro. Mi piacerebbe scriverne uno in cui metterci quei cinque momenti in cui mi sono sentito vivo per davvero. Forse non sarebbe un libro interessante. Anzi, di sicuro. Ma sarebbe un libro vero.

Se riesco entro la fine di ottobre ricomincio davvero a scrivere.

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