Lentamente

Chiunque abbia dovuto fare i conti con questioni di anima, spirito o coscienza ha ben chiaro quanto sia importante la lentezza. Centrale, direi. E se non riesci a farlo da solo, di rallentare, la vita ti rallenta, davanti alle grandi decisioni, durante i momenti importanti.

Così è il tempo dei genitori, rallentato. Figli che crescono velocemente, si dice, ma con giornate talmente lunghe da aver il dubbio che le ore si siano dilatate.

È tre mesi, novanta giorni, un centinaio di ore intense, che sto cercando di scrivere una cosa sulla lentezza. Mi è anche venuto il dubbio di non esserne capace. Argomento troppo grosso, e scrittore con troppa fretta.

Mi è venuto in mente di scriverne mentre ero fermo a un semaforo, con il sudore che colava dal casco, su uno dei viali che vanno verso il centro, in pieno luglio. La vita mi stava sfinendo. Un colpo, uno solo, ben assestato, e sarei stato messo a tappeto dalla mia stessa vita. Ho fatto nascere i mostri che mi stavano inseguendo e che stavano avendo la meglio su quello che restava di un pallido ricordo di me.

Senza pensarci troppo ho accostato, ho cercato un bar e mi sono seduto ordinando acqua fresca, ghiaccio, limone e un caffè.

Ho ricominciato a respirare con calma. E ho pensato che darla vinta così ai miei mostri sarebbe stato, quantomeno, terribilmente banale. Odio pensare alla morte, eppure prima o poi succederà. Vorrei consegnare, sul letto di morte, le mie ultime cose, e vorrei esser sicuro di non esser stato mai banale.

Rallentare, mi sono detto. Le cose migliori della mia vita sono state infuse di una lentezza quasi magica. La nascita di mio figlio, con questi minuti eterni di contrazioni, rumori strani, attesa. I migliori momenti con le persone che ho amato e che amo. Talmente lenti da ricordarne tutti gli istanti. Quella donna che, nuda sul letto, mi ha condotto in un lentissimo contatto tra due pelli, due profumi, due respiri.

Lentamente mi sono ripreso. E da quel pomeriggio, lentamente ho ripreso la mia vita. Ho lasciato che il mio razzismo culturale avesse la meglio, ho smesso di rispondere di fretta, di ascoltare la rabbia e la delusione, che portano fretta. Non è una ricetta per improvvisati guru spirituali. A dirla tutta, non esiste niente di più misero di un guru. È più una confessione. Ho scoperto che la lentezza è la soluzione a molti problemi.

Ho scritto cento sedici pagine. È la mia storia d’amore con la lentezza. Mi sono messo a rileggere tutto in queste prime sere d’autunno. In cui tutti mi dicono: sono tornato a correre. Con occhi tristi e squallidi bicchieri di plastica in mano.

Io non pubblicherò mai un romanzo sulla lentezza. Ma ho storie bellissime da raccontarmi su come la lentezza è anticamera di gioie infinite.

Ho iniziato a pensare che sia un fattore differenziante, osservare chi risponde lentamente, chi vive lentamente, chi respira un ritmo diverso. Un altro tipo di razzismo, che indosso volentieri, che mi fa allontanare chi corre per non fermarsi.

Come quel coglione con lo scooter, sudato e sfinito, che si è fermato a bere acqua e caffè.

La lentezza ha un suo profumo, una sua memoria, dei colori ben precisi, ho scritto per prima cosa. Ed è vero.

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