Paternità

Non ricordo se fosse già il periodo della Fiat Bianca, una famigliare squadrata e scomoda, con il bianco lucido della carrozzeria che si sporcava subito e mio padre che la puliva con un panno umido, come un gioiello prezioso, o se ancora fosse il periodo del vecchio Peugeot Blu, con i sedili di tela nera scoloriti dal sole.

Comunque si trattava di levatacce, sempre e comunque. Quando mio padre voleva viaggiare, ci si doveva sempre svegliare all’alba. Si faceva colazione con il buio, appena svegli, anzi ancora addormentati, con il pavimento della cucina gelato e il silenzio fuori dalle finestre. Si scendeva in cortile, dove si faceva trovare pronto, con la macchina accesa e il cancello aperto. Era il suo modo per accoglierci e motivarci.

Arrivavamo, quasi ovunque, prima di pranzo. Stanchi morti, storditi dal rumore assordante del motore e del nulla da guardare fuori, ma pronti per il pranzo.

Così eravamo arrivati anche lì precisi, mezz’ora prima dell’una. Il paese era deserto, assolato, fresco, infilato in due valli alle spalle degli Appennini.

Ci sarebbe stato poco da dire, di quel posto, anche fosse stato pieno di gente. Ma vuoto dava l’idea di un ricordo sbiadito tridimensionale, un passato prossimo ancora visitabile, un luna park della memoria a lungo termine.

Il primo posto che ci fece vedere era il cimitero, all’ingresso del paese. Un cancello di ferro aperto, la ghiaia, le tombe disordinate, i fiori vecchi e i pini a proteggere tutto.

Cercava come fosse un cane con una palla. Finalmente, fermandosi dietro a una tomba aveva esclamato: eccoci qui!, manco fosse una festa a sorpresa.

La nonna della nonna era sepolta lì. Ci raccontò brevemente di cosa era successo negli ultimi due secoli nella nostra famiglia, da parte di padre, perchè lui non è mai stato bravo a raccontare storie, e poi chi chiese di dire una preghiera per la nonna della nonna, come fosse morta il giorno prima.

Io ero solamente stanco, della macchina, della sveglia, di visitare cimiteri di montagna quando tutti i miei amici erano al mare.

Poi ci prese per portarci in una trattoria, l’unica di tutto il paese.

Le volte che mio padre ci ha portato a pranzo fuori sono così poche che le ricordo tutte a memoria. Compreso quel pranzo.

Tagliatelle, odore di cinghiale, acqua fresca buonissima, insalata verde e carne dura, con la signora che sorrideva, incredula per quell’inaspettata ciurma.

Dopo pranzo, camminando, siamo andati a trovare la zia, una delle sette sorelle della nonna, che era stata la maestra del paese, prima di andare in pensione e invecchiare deliziosamente in una casa che sembrava rubata a un reportage fotografico sulla povertà in Bulgaria.

Ricordo di aver pensato che se quella era la fine, non avrei mai voluto fare il maestro nella mia vita.

La noia mortale da bambino non è così mortale. Ti sembra di aver ancora una chance, non hai così fretta e non hai grandi paranoie nei confronti del tempo. Quindi resti dove ti mettono, aspetti, e te ne fai una ragione.

E così ho fatto, per tutto l’infinito tempo che sono rimasto sul divano rosso trapuntato della vecchia zia.

Parlavano di cose che nemmeno sentivo. Ti immagini di dover parlare con rispetto e grazia, in presenza dei bambini, ma non sai che i bambini nemmeno ti sentono, quando si annoiano. La beatitudine dell’infanzia.

Nel viaggio di ritorno cercavo di contare i lampioni. Lo facevo sempre, quando la noia era troppa per fare altro. Una specie di anticamera della morte dei sogni. Se niente era possibile, allora si provava con i finestrini. Contare lampioni.

Adesso quando guido ci provo, a vedere se i lampioni da qualsiasi destinazione a casa sono ancora così numerosi come quando ero bambino e mi annoiavo.

Centinaia di migliaia di lampioni. Prima di, finalmente, arrivare a casa.

E’ stato così che mio padre ha voluto raccontarci la storia della sua famiglia e uno dei luoghi più evocativi della sua vita.

Poi, avanti con il tempo, a pezzi, abbiamo ricostruito la sua storia. Perchè quando non sei capace di raccontare la tua storia, se sei fortunato avrai figli curiosi abbastanza da volerla ricostruire, pezzo dopo pezzo.

Abbiamo ascoltato racconti di peri e meli rapinati in pieno giorno, e di contadini arrabbiati pronti a sparare. Di discese a perdifiato dai tornanti, di bagni nudi nel fiume, di arrampicate sugli alberi.

E abbiamo rivisto tutti i pezzi di quel paese desolato che ci ha portato a vedere.

Mi è venuto in mente oggi, mentre dal finestrino del treno osservavo i lampioni, per noia.

Di come sia strana la storia di chi non sa raccontare le storie.

 

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