Di maggio

Di maggio io mi ricordo la pioggia. Ci faccio caso, alla pioggia di maggio, perché il mio compleanno me lo ricordo sempre sotto la pioggia, a volte al freddo. Mi ricordo, di maggio, il profumo dei fiori nei viali, e quel tappeto di petali, rosa e bianchi, su cui hai quasi paura a camminare. Sono cose che mi ricordo, perché ci faccio caso da anni. L’odore di bagnato, con la tregua delle piogge, con il rumore del traffico, che assomiglia terribilmente alla fine di settembre. Ma maggio ha dalla sua parte la speranza segreta, la certezza dell’estate, il dubbio che possa uscire il sole, la luce della sera. Maggio vince facile su settembre.

Prendo parte a uno strano girotondo, con persone che non conosco, in mezzo al Corso, in un sabato pomeriggio di festa. Giriamo intorno a un negozio, come se non volessimo entrare, ma dovessimo farlo.

Una danza pagana, sotto alla Madonnina.

Incontriamoci qui, ho detto ai miei dubbi. In Centro. In Centro, a maggio, mi sento più sicuro. E’ come se mi sentissi a casa.

Nella mia casa non sento di essere a casa. E’ una cosa che penso da almeno due di questi mesi di maggio. Ormai ci ho fatto l’abitudine. Una brutta abitudine.

Così mi sento a casa in posti a caso, ma mica poi tanto a caso.

Di maggio mi ricordo i compleanni, le feste in casa, la crostata di pasticceria, il sole dalle finestre, i regali strani. La zia Matelda, che anno dopo anno continuava a regalarmi un pacco di calzini di spugna bianchi, mai messi. Credo di averne due cassetti colmi.

Di maggio ricordo la fine, quando il sole si rivela, arriva giugno, quella speranza di cui parlavamo prima.

Di maggio, stranamente, mi ricordo che mi torna voglia di scrivere. E’ il mese in cui abbiamo aperto questo blog, quattordici anni fa. E’ il mese in cui, al liceo, scrivevo poesie d’amore, anche parecchio bruttine, su fogli a quadretti, con una stilografica blu.

Ecco, se ho un rimpianto grosso, è di non esser mai riuscito a scrivere la poesia definitiva, quella che vorrei scrivere da almeno dieci anni.

Un peccato, non essere poeta. Certo che se ti impegni solo a maggio, poi è dura.

A maggio, sempre, mi viene voglia di mare. Un bisogno forte, pulsante, primordiale. Come se ci dovessi tornare. Tornare nel luogo dove sono nato. Peccato io sia nato in città. Davanti alla fermata del 4, il tram vecchio. Adesso si chiama 16, è un tram nuovo, a due vagoni, pieno zeppo di indiani e filippini che lavorano in centro e vanno a dormire in periferia.

Questo bisogno di mare, urgente, impellente, gigantesco, mi viene tutte le volte, verso il quattro maggio. A volte anticipa. A volte ritarda appena.

Mi viene dalla pancia, dai piedi, che devono stare nudi, dalla voglia di nuotare, chiudere gli occhi, respirare.

E mi viene voglia di comprarmi un regalo, passeggiando per il centro, per farmi una sorpresa.

Per questo sono venuto in centro.

 

Piove, come sempre a maggio. E davanti al negozio stiamo ballando una danza strana. Ho voglia di restare qui un po’, da solo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...