Frena, cazzo. Cazzo freni?

Un Giovanni Bongiovanni super permanentato compare sul mio iPod. Ha lo sguardo tipico di chi, alla fine degli anni 80, tentava di fare brutto indossando Camperos, canottiere aderenti, 501 chiari e pettinature talmente elaborate da far invidia a un piatto di Cracco.
Giovanni Bongiovanni, al secolo Jon Bon Jovi, è stato uno dei grandi motivatori dei miei pomeriggi di studio. Avevo una stupenda radio Aiwa, con due cassette e funzione super bassi. Ascoltavo solo Rock Fm, che trasmetteva da Via Pisani. Facevo le versioni di latino ascoltando metallari stra fatti richiedere canzoni a dj dai nomi storici. Con grande rispetto per Virgin, altro che Virgin.

In sala mio padre aveva montato un impianto Philips da 45 watt, con due casse grandi come un televisore. Faceva un po’ a pugni con la collezione di piattini tematici che mia madre aveva appeso. Mia sorella, beati paninari, aveva subito attaccato un adesivo 105 Radio, 99.1 FM.
Avevamo anche il giradischi. Spandau Ballet, Duran Duran, e cose così.

Io, chiuso in cameretta, vivevo la mia personalissima rivoluzione soft. Ascoltavo i Black Train Jack, appendevo pacchetti di cartine Rizla al muro, bucavo il diario.
Fumavo due pacchetti da 10, 2100 lire, di Marlboro Light alla settimana.
Quello che fuma Camilleri durante un’intervista con Mollica io lo facevo fuori in un mese.
I grandi duri del quartiere Ticinese di allora sono tutti ancora lì oggi.
Uno fa il commercialista con papà, due sono avvocati e uno vende magliette con scritto Barona University, Comasina Rules e cose così.

Sono figlio di un boom culturale che voleva uscire dai settanta, per tornare nei cinquanta. Sono figlio di un boom economico che ha aperto le casse per il lusso. Genitori morti di stanchezza per risparmiare, hanno dato alla luce figli morti di noia per lo spendere.
Citando i Club Dogo, i figli delle BR e della bomba, hanno dato alla luce i figli dei PR e della bamba.

Per fortuna, appena dopo, sono arrivati gli odiosi anni novanta, con il nulla atomico e tutte le crisi di identità che hanno portato alla santificazione di Kobain e soci.

Non mi lamento, sono figli della pubblicità del Domopack con i due figli che giocano a football con il pollo arrosto facendo anche un grind su una fontanta.

Anzi, considerata la mia propensione per il vizio, c’è da ritenersi fortunati ad essere nati quando l’eroina cominciava a passare di moda.

Tutto questo per lanciare una recensione postuma sul Bon Jovi di Bon Jovi (il primo è il cantante il secondo il nome dell’album. O viceversa, se vi aggrada).

Un po’ il metallozzo soft mi manca. L’abuso di tastiere alla Van Hallen, il memorabile uso improprio del basso che si faceva a fine pezzo, e questo continuo, perfetto alternare di strofa ritornello che rende cantabile in cinque secondi di ascolto qualsiasi canzone di Bon Jovi pre svolta eroe Pop. Mi mancano le polemiche sui messaggi subliminali, mi manca Ozzy e il suo grandioso senso del ritmo vocale. Mi mancano le sessioni di fiati, buttate a sostenere testi incazzosissimi. Così, a non capire i testi, ti sembravano canzoni allegre.

Non sono a conoscenza delle ragione per le quali La Signora si sia fissata sul Bon Jovi, ma mi sono ritrovato a disposizione la discografia completa.

Non credo di farne uso improprio mettendo tutto a palla nell’iPod.
E quando Let It Rock (di Giovanni Bongiovanni, dall’album Slipperi When Wet, dirige il maestro Bongiovanni), parte con l’esubero rock di organo tubante e chitarre (che Don Pino diceva chiaramente che era la musica del Diavolo. E più lo diceva e più erano i walkman con Let It Rock dentro), smetto per un secondo di scrivere mail.
Guardo fuori dal finestrino, nel sole del primo mattino.

E per qualche secondo rivedo le mie Reebook Pump bianche, le mie basette a punta e il mio giubbotto da baseball azzurro catarifrangente. Il mio felpone blu, lavaggio consentito a mia madre solo mensilmente, le mie calze di spugna bianche (della “Mike”, che mia madre credeva di farmi un piacere a comprarmele di marca). Il cappellino dei 49ers.
Rivedo una Milano di cui potrei parlare per ore, umida come quella che ho lasciato stamattina.

E mi riprometto di avere tutta la pazienza necessaria a sopportare tutte le basette, le calze di spugna bianche, le fantasie di abbigliamento cromaticamente impossibile, le scritte sullo zaino,che mio figlio avrà bisogno prima di diventare normale. Lo devo a mio padre, che ha visto un figlio dark, un figlio super sportivo, un figlio new wave, un figlio post punk, ed ero sempre io.

Questo pezzo è dedicato a tutti coloro che hanno suonato per anni, davanti allo stereo di casa, per ore tutti i pezzi di Bon Jovi. Molto prima che tutto questo si chiamasse AirGuitar.

E inoltre è dedicato a tutti, tantissimi, i cantanti “onomatopeici”, che non sanno nemmeno un testo in inglese ma che non si tirano indietro mai davanti a nessun pezzo. E a una delle più grandi del genere, quella splendida donna che era mia madre. Che, come se ce ne fosse stato bisogno, per dimostrarmi amore, fu anche capace di ascoltare Bon Jovi.

” ai sciaut tu de art, ein ior tu bein, darlin iu giv lov a bad naim”.

Post atomico, eruttante, always Big Mac

L’ottanta per cento dei miei pasti viene consumato fuori casa. Sono il rappresentante statistico della mobilità alimentare, divorato da una perenne colite, costretto alla solitudine nella maggior parte delle mie cene.
Odio mangiare da solo. Per me il mangiare è un rito sociale. Faccio colazione in piedi, perché mi è stato insegnato che gli uomini veri pisciano e fanno colazione in piedi. Pranzo ovunque capiti, adoro stare all’aperto. Quando so di avere davanti una cena solitaria inizio sempre con il girare a zonzo per le strade del centro della città. Prendo metropolitane, bus e tram, mi sposto con la gente, e finisce sempre con un bicchiere di vino e qualche cosa da stuzzicare in pessimi posti che la Lonely Planet sconsiglia di avvicinare (quindi preziosamente privi di sdolcinate coppiette italiane).
Sono uno di quelli che trova decisamente imbarazzante cenare in solitudine. Il tavolo più piccolo ospita sempre due sedie. Trovo insopportabile il vuoto davanti a me.

Mangio tutto, da buon ospite non rifiuto mai le proposte locali. Giro armato di un compatto blister di riordinatori gastrici, e il mio colon assomiglia a una caotica riunione del Consiglio dei Ministri ( non per il contenuto, ma per la forma, non mi permetterei di offendere quivi il mio prezioso sistema digestivo).

Ho mangiato catalano, olandese, thai, cinese, giapponese, texano, siciliano, californiano, vicentino, romano, toscano, ligure, calabrese, svizzero, piemontese, swaili, greco, inglese, francese, messicano, taiwanese, cantonese, indiano, basco, galiziano, provenzale.
Due sono le conclusioni: la pasta al sugo come la fa mia moglie non la fa nessuno, ed è statisticamente semplice reperire del pollo ai ferri con del riso in quasi tutti gli angoli del mondo.
Per evitare il coriandolo, il cocco, il peperoncino, funghi, aglio, spezie impronunziabili, basta agitare la mano subito dopo aver indicato il pollo sul menu.
Parlo da curriculum tre lingue, ma sono in grado di ordinare una birra in almeno una trentina di stati sovrani, dialetti regionali inclusi.

L’esplorazione gastronomica é sicuramente uno dei grandi vantaggi del viaggiare, anche se per sopravvivere oltre i quarant’anni senza quattro bypass al cuore e due all’intestino è consigliato mantenere uno stile alimentare sobrio. Fai i primi anni da Frequen Flyer come uno scanzonato Berlusconi, ma poi ripieghi come tutti i colleghi di trolley a un più consono menu Monti.
I panini sono il mio problema.

Odio i panini. Da sempre. Mi fanno più impressione le pubblicità di Sbarro, Subway, McD e soci che quelle sull’abbandono dei cani in estate. Anche se voglio decisamente più bene ai labrador che alle baguette, il panino succulento, strapieno di tacchinoinsalatasalasacocktailfunghetticapperipepeverde, mi da un fortissimo senso di abbandono, di sconfitta.

Il panino è l’arrendersi alla vita da pendolare. È il primo passo verso la fine.

E qui si pone il problema più grande che affligge chi, segugi multinazionali, ha la carta di credito castrata dai tagli aziendali e pascola per gli aeroporti del mondo trascinando il trolley e la vita tra un box fumatori e un negozio Montblanc.
Dopo anni di studi di settore e ricerche di marketing pare che l’Associazione internazionale dei ristoranti aeroportuali abbia deciso di smantellare il cartello “costiamo, cazzo, ma tanto non hai alternative, cazzone”. Insalate da venti euro, che quando le vedi pensi “cazzo,quarantamilalire” e il tuo vicino tedesco sospira “cazzo, venti marchi” e il tuo vicino americano “finalmente un’insalata a solo trenta dollari, uonderful”.
Misteriose zuppe da quindici euro, petti di pollo che costano come interi allevamenti, smorte fragole appoggiate a moribonde fette di ananas al prezzo di un biglietto Milano Roma in prima classe.
C’è del jazz in sottofondo, e tu pensi “cristo, pure il jazz”, mentre il tuo vicino francese sorride “finalmont un posto con del jazz male amplificato”. Le luci sono soffuse, i panciuti dirigenti hanno gli occhiali a tre quarti di naso. Se devi immaginare un locale per scambisti, eccoti un aiuto.

E tu, che alla fine a pranzo ti hanno fatto mangiare coda di rospo fritta, salame piccante, trionfo di olive impanate e gelato al cioccolato (dolce dolce, non un po’ salato. Quella era una allusione a una fellatio con un pene nero, ma ti devo spiegare tutto?), e che alla fine non é vero che mangi tutto. Anzi, sono riusciti in un solo menu a beccare tutto quello che odi. Quindi hai lasciato quasi tutto, confondendo i tuoi commensali con chiacchiere sulla drastica misura di correzione degli investimenti industriali nell’area balcanica. Tu, che tua nonna direbbe che non hai mangiato nulla, perché puoi fregare commensali dall’indubbio profilo internazionale ma non la madre di tua madre. Tu, insomma, hai una fame costante, dolorosamente insidiosa, pressante.
Sai che tra meno di un’ora ti verrà servito uno snack a diecimila metri di altezza. E detesti quegli snack. Non son snack, sono offese alimentari. E non vuoi mangiare la pizza. Ci vogliono due quadrimestri per digerire la pizza low style. Non é pizza. Non vuoi mangiare le barrette cioccolose che sostituiscono un pasto completo, arricchite di riso soffiato. Perché sostituiscono il pasto completo solo di anoressiche modelle e fissati del Pilates, e poi non sei un pavone in cattività, tirato su a riso soffiato e ormoni. Tu hai fame, cazzo. Fumi, ma hai sempre fame. Bevi dell’acqua vitaminizzata, ma hai fame.

Non ti pieghi al panino, finisci piantato contro il finestrino, sgranocchiando uno snack offerto insieme a un soft drink, mentre anonime campagne innevate ti scorrono migliaia di metri sotto gli occhi. Chissà dove cazzo siamo, pensi. Per non pensare: ma come cazzo faccio a ridurmi sempre così?

Dedicato al Ponderosa All U Can Eat di Orlando, FL. Il mio primo, vero, giro nell’America quella vera, obesamente vera. La mia prima serata davvero triste e solitaria, purtroppo non l’ultima. La mia prima Ceasar Salad, un vero amore. Ero un pivello delle trasferte, sembrano milioni di anni fa.
Al Ponderosa, con un pollo da 7 dollari potevi mangiarti tutto il buffet. Potevi, perchè avevi un colon ancora stanziale.

Al Ponderosa, e a tutti i panini che mi sono saltato.

Non multum sed multa

Ho la capacità, fin da bambino, di stufarmi delle novità molto prima che la maggior parte di quello che oggi si chiama grande pubblico, main stream, se ne appassioni. È stato così con i post it profumati, con i cd, con winmx e la grande invasione dei porno, con la spontaneità dei primi reality show.

Più o meno la stessa cosa mi è successa con Facebook. Mi sono iscritto gioiosamente animato da una insensata voglia di condividere con il mondo tutta la mia vita. Plaudivo al grande senso sociale della condivisione, missionario del social networking, promuovevo la cultura del tutto per tutti.

Ora, parliamoci chiaro, la maggior parte dei social network hanno prevalentemente due usi: tentare di riprodursi con cerchie sempre più allargate di esseri umani e accrescere il proprio ego a dismisura con dettagliati racconti delle proprie imprese.
Nel caso di un utente di sesso maschile si potrebbe riassumere l’uso del social network come un grande bisogno di gonfiare, o il pene o l’ego.

Facebook ha, più o meno, l’età del Bradipo. Il suo fondatore è decisamente più piccolo, nerd e ricco del sottoscritto. Hanno girato un film creandone una leggenda in calzino e ciabatte. In verità le scarpe si vedono sempre più spesso e la quotazione in borsa sarebbe un giochetto da Steve Jobs. Sembra essere il più grande contribuente degli Stati Uniti.
In verità il buon vecchio Mark è seduto su un patrimonio ben più grande, gigantesco, incalcolabile. 800 milioni di utenti non sono solo nomi, sono abitudini, età, classi sociali, lavori, credo religiosi, fedi politiche, hobbies -adoro scrivere hobbies-. Sono quello che un qualsiasi pubblicitario del pianeta definirebbe come “orgasmo multiplo”.

Passano anni della loro scintillante vita a cercare di avere più dati possibili, per indirizzare meglio la comunicazione, quando 400 milioni di persone ( cito una ricerca del NYT, sul fatto che circa il 48% degli utenti di Facebook ha usato il social network per tradire il compagno/la compagna. Ad essere pignoli, di questo 48, il 62% sono donne, a dimostrazione di varie teorie secondo le quali chat e messaggini non pareggeranno mai un approccio al bancone del bar, dove si può constatare con mano, o perlomeno con occhio, la portata reale della conquista. Per gli statisti, bankers, promoters e altri falliti che da sempre frequentano questo posto con occhio critico, i numeri che ho riportato prima della parentesi sono calcolati a spanne. Ho fatto cattivo uso di dettagliate informazioni statistiche. Quello che per vent’anni ha fatto il Governo senza che vi lamentaste).
Dicevo, passano anni della loro scintillante vita a cercare di avere più dati possibili per indirizzare meglio la comunicazione. Poi si accorgono che un tizio in ciabatte Adidas e felpa possiede una roba come 400 milioni di dettagliate schede personali.
Aggiornate e precise.

È, per intenderci con quelli nati negli anni 80, come dare a un dodicenne un catalogo di intimo Postalmarket. Dopo mesi di malcelati orgasmi, si arriva al dunque, e si dice che si potrebbe utilizzare questi milioni di utenti attivi (per altre ragioni), indirizzando una comunicazione migliore. Ad esempio se sul tuo profilo dichiari di essere interista, musulmano e appassionato di pesca, potrebbero evitarsi la fatica di mandarti richieste di abbonamento a “qui Milanello” oppure a “il giornale degli estremisti cattolici”. L’hobby per la pesca serve solo a identificarti come uno che ha meno possibilità di avere più ricchezza di altri (da una ricerca del WSJ, gli appassionati di pesca sono meno ricchi degli appassionati di golf. Ma più ricchi degli appassionati di videogiochi).

Io sono decisamente pro. Adoro la comunicazione intelligente, e prego tutti i giorni perché smettano di mandarmi richieste di abbonamento a Oggi e cataloghi di libri di dubbia qualità.
Sono anche disposto ad aggiungere categorie estremamente importanti ( ad esempio misogino, oppure psicotico).

Però, mentre tutti celebrano il compleanno di Facebook ( è dall’inizio che cerco di abbreviarlo, ma non puoi capire come odio quelli che scrivono Fb o faccialibro. Quelli di faccialibro li odio di più), io devo ammettere di essermi rotto i coglioni. Non rientro nella statistica fedifraga, forse perché nel mio network di amiche del passato non spiccano certo delle grandi fighe, e quelle che spiccavano sono già andate, o forse perché il tradimento digitale mi fa una tristezza apocalittica. È sintomo di pigrizia sentimentale. Andare a ripescare l’amica, ex, conoscente, ex collega, ha molto di triste. Ho perso la voglia di vedere foto di feste, foto di ubriachi alle feste, foto di ubriachi alle feste con facce improbabili. E odio vedere le foto delle vacanze di altri.
Non andrei mai a una cena invitato per dopo vedere le foto delle vacanze, e ho festeggiato la morte delle diapositive stappando una bottiglia di Brugal. Perché dovrei passare il mouse su un album di 115 foto di Formentera?

Twitter mi fa venire grandi dubbi. Se Facebook è “guarda cosa ho fatto”, Twitter è “leggi cosa sto facendo”. Mi piace Linkedin, dove il mio ego si gonfia in grande compagnia. Non ho avuto tecnologicamente tempo di appassionarmi a Foursquare e soci. Apprezzavo MySpace, e poi il fondatore era mio amico (da qualche parte nell’etere c’è una versione del Bradipo su MySpace).

Mi sono terribilmente annoiato, Facebook è un grand bel romanzo, ma infinitamente monotono. Ci vorrebbe più sangue, oppure più verità. Al posto delle otto foto al portachiavi di Hello Kitty o le settantadue al concerto dei Sepultura, ci vorrebbero dolore e verità. Spontanei, come nella prima edizione del Grande Fratello, quando facevano quello che facevano senza sapere di poter contare su anni di serate in discoteche del bresciano o del ponente ligure appena usciti. Ma nessuno sarebbe spontaneamente realista dovendo usare lo strumento per mettersi in mostra, per cercare di riprodursi, insomma per una sveltina sotto un portone in centro.

Mi sono rotto i coglioni, per usare un delicato eufemismo, della mia voglia di social networking. Invecchio. È chiaro che invecchio, e pure male.

Usate tutti i miei dati, infilatemi in tutti i cluster, avvolgete le mie passioni in lunghi rotoli di Excel. Se questo può evitarmi di ricevere la richiesta di abbonamento a Oggi.

Ma ricordatevi,sono sempre meno social.

PS: forse anche per il compleanno del Bradipo ci quoteremo in Borsa. Ma volete mettere il caro vecchio blog confronto a tutti questi cosi da frikkettoni?
Gloria e onore al Blog.
E già che ci siamo R.I.P. Splinder, che in fondo ti volevo anche bene.
(e per un paio d’anni ti ho anche pagato per avere le foto sul sito..).

PS2: questo post, a dimostrazione di quanto siamo global qui, è stato scritto sul Milano Madrid delle 7.20, mentre il Comandante cercava di portare l’aereo in una posizione consona alla navigazione aerea, ma il vento o un fenomeno divino che non conoscevo, tendeva a verticalizzarlo. Risultato, credo di aver provato quello che provano gli astronauti in decollo e ho la brioches alla marmellata tra la trachea e le tonsille. Ci vorranno anni per farla riscendere nello stomaco.

there are days

Ci sono giorni maledetti. Sul fondo di periodi maledetti. Ci fai l’abitudine, più o meno verso i trenta. Non è che ci fai l’abitudine, fai di necessità virtù. Come per quel dolorino alla schiena, o per quei capelli che cadono nel lavello, soldati morti nella battaglia con il pettine.

Appoggi semplicemente la fronte sulla parete gialla vicino alla macchinetta del caffè, osservando come i pulsanti “espresso dolce” e “cappuccino” siano più vicini rispetto agli altri. E’ poi corretto far pagare un caffè della macchinetta 45 centesimi?

Aspetti che un filo di sangue ritorni in circolo, e poi come se non fosse successo nulla prendi la strada più breve per la tua scrivania.

Fuori c’e’ il grande freddo, uno spettacolo di ghiaccio, traffico e cappotti. Milano, il centro di Milano, sembra quasi più bello. Le sue statue, le sue fontane, sembrano davvero piegate da tutto questo gelo. Una resa incondizionata, paralisi, silenzio, attesa.

Leggo pareri che si rifanno alla terribile annata a metà degli anni ottanta. Ma quelli erano davvero altri anni, altre pettinature, altri inverni. E poi ero troppo piccolo, nel senso spensierato del termine, per potermi ricordare la fatica di muoversi. Guardavo la neve ed ero felice. Con il naso attaccato alla finestra e le gambe attaccate al termosifone che bolliva.

Mi sono svegliato questa mattina cercando la luce. Era troppo presto. Ho imparato anche questo, a dormire meno nei giorni in cui raspi sul fondo. Il sonno è per chi è in pace con se stesso. Guardavo i fiocchi di neve. La strada vuota, le macchine parcheggiate. E mi sembrava fin troppo grigio.

Allora mi sono accorto che le mie gambe non appoggiano più sul termosifone, e che il mio naso si raffredda in fretta, attaccato al vetro della finestra.

Ho bisogno di un viaggio, di un desiderio e di un destino. Sono le cose che ho sempre bisogno per risalire dal fondo.

Prendere la moto, guidare fino a sentir male agli avambracci, portare il culo in un posto dove non ci sarebbe nessuna ragione di andare. Aspettare il sole, respirare, ripartire. Fermarsi per un caffè in un bar di un paese, respirare gli odori, fumare guardando la chiesa. Ripartire. Arrivare in cima a una montagna, guardare verso ovest, cercando il sole. Ripartire. Ritornare a casa solo quando la testa sia davvero vuota.
Perdersi in un desiderio. Aspettare, godere dell’attesa. Guardare, di nascosto. Aspettare, provare a prendere. Aspettare, respirando il gusto di un desiderio che si avvera.
Riprendere il destino, sentire che tutte le abitudini, tutti gli errori, tutte le fatiche, hanno dato frutti buoni e frutti cattivi.

Farò tutto questo. Accompagnandolo con del rhum e dei libri. Aspettando che il viaggio, il desiderio e il mio destino tornino a far quadrare i conti con la vita.

Sono sei anni che lotto per le mie piantine. Sono piante succulente, non grasse. Ci sono tre specie di sempervivum, due lotus, una piantina dell’Ikea di cui ignoro il nome, ma e’ la più tenace. Ha un tronco, piccolo, le foglie appena gonfie. E questo freddo la sta quasi piegando. La guardo, bevendo il caffè e le dico: ” resisti cazzo. Resisti”. Adoro lottare per le mie piantine. Hanno tre, cinque e sei anni. Sono delle signorine. Sgraziate, piatte e larghe, come tutte le piante succulente.
Hanno bisogno di me il giusto, come io ho bisogno di loro. Sono piante alla pari. Fioriscono solo quando vogliono, riempiono i vasi tenacemente, mangiando terra e bevendo acqua.
Sono delle ragazze bruttine, ma incredibilmente forti. Ingrassano d’estate.

Mentre mi giro per appoggiare la tazzina, sento un “resisti cazzo. Resisti”.

Ero sicuro fosse una pianta fuori dal normale