Yogurt, carta milleusi e Vasco

Il Paradiso esiste. Per logica, esiste. Me lo ripeto davanti allo specchio, misurando in pollici le borse nere che sono appese sotto i miei occhi, mentre il computer sputa mail non lette, il condizionatore butta fuori una debole lingua di aria meno bollente, e un esercito di felicissimi, consapevolissimi, amorevolissimi, omosessuali fa del centro di Madrid un bordello festoso. Credo festeggino il fatto che a New York, America, ci si possa sposare tra persone dello stesso sesso. Credo, perchè ogni volta è una pioggia di bandiere arcobaleno, personaggi felicemente eccitati e esterefatti poliziotti.
Ho altri problemi, al momento, per cui l'attualità, intesa come il secondario scorrere di piccole battaglie civili vinte e di grandi guerre perse, mi passa accanto come un turista americano mentre si fa scippare da una affiatata coppia locale. Non ho tempo per le cose di questo tempo, perchè sono troppo impegnato a sopravvivere al mio presente, il nostro presente. E' un tempo, diciamolo, liquido. Il presente di un neonato è l'unico tempo in grado di dilatarsi, contrarsi e poi dilatarsi ancora, come una medusa. Ore che sono minuti, minuti che sono ore, giornate in cui si cena all'ora di pranzo e si pranza poco dopo che un freak in centro ha preso l'ultimo cornetto alla marmellata fuori dalla discoteca.
Credevo, in fondo, fosse decisamente peggio. Grazie al pessimismo cosmico che preserva intere generazioni di maschi della mia famiglia dal sorridere alla vita, mi auguravo silenziosamente ogni tipo di pena dolorosa correlata con la nascita del piccolo, futuro, maschio della famiglia. In verità, la disarmante semplicità con cui il piccolo affronta la vita è contagiosa. Forse è per questo che le giovani famiglie con neonati non si preoccupano minimamente della costante recessione in cui affoghiamo, della incivile mediocrità in cui ci chiudono interi palinsesti televisivi, della costante, bieca, spinta verso il basso che fa della nostra amata penisola la prossima fermata del traghetto dei fallimenti capitalistici. A noi, neogenitori, non ce ne frega un beneamato cazzo. Ci interessa, invece, il prezzo di un pannolino, e ci incazziamo se qualcuno suona il clacson vicino al passeggino. Leggi abrogate e governi in bilico ci passano di fianco, mentre aggiustiamo il maledetto ombrellino parasole.

Io arranco per rimanere aggiornato, mondano, coerente con la mia barba che da un non so che di affidabile nel complesso di cattocomunista.
Leggo sprazzi di giornale mentre bevo il caffè, ascolto il notiziario alla radio al  posto di Sting, navigo durante le telefonate, ballando dal sito del NYT a quello del Corrierone. Mi scappano gli omicidi, e non mi dispiace, mi scappano anche i tronisti, e mi dispiace ancora meno, ma le cose veramente importanti non me le lascio sfuggire. Dell'addio di Vasco al rock and roll, ad esempio, io posso parlarne per ore. Anche perchè io, so di questo addio al rock da circa quattro album. Esattamente da quando, insieme al Teo, ho comprato un cidì del buon vecchio Blasco all'autogrill. Andavamo in Liguria, era giovedì santo, faceva freddo, e per la prima volta mi sono detto: "che cazzo è questa roba, cazzo?"

A dire il vero, ho un solo, gigantesco, problema. Lo Yogurt. Io odio lo Yogurt da quando mia madre, pace all'anima sua, sfoderava quell'aggeggio terribilmente anni settanta, arancione come solo negli anni settanta facevano la plastica arancione, con sei vasetti di vetro. Ci infilava il latte, una bustina, e dopo due ore mi inseguiva per casa forzandomi a mangiare lo Yogurt Fatto In Casa. Maledetto il libro "Mangiare sano per vivere Sani". Lo yogurt fatto in casa, con quel terribile odore acido, forte come un acuto stonato, ingombrante come un deodorante al mango, deciso ad appoggiarsi su di me come una coperta, è stata una delle piaghe della mia infanzia.

Ho provato, negli anni, ha farmelo piacere; ma lentamente ho scoperto che tutto, o quasi, quello che proviene alla lontana dalle vacche, mi fa scendere la voglia di vivere. Latte, yogurt, tappeti muccati, formaggi di fossa, un intero universo di elementi rimovibili dalla mia quotidianità.

Ma il problema dello yogurt è la tridimensionalità dell'oggetto. Un tappeto muccato è una stronzata da arricchito con gli occhiali da sole a maschera e il costume a mutandina, ma non fa odore.

Lo yogurt è cattivo al gusto, se non geneticamente modificato. E tutti i fan della Muller siano coscenti del fatto che il suddetto marchio non produce yogurt, ma panna zuccherata con grassi e cereali a bagnomaria.

Lo yogurt puzza.

Ecco, citando Baricco, mi permetto di dire che, per un neo padre, lo yogurt è ancora più ostico.

Difatti il piccolo erede, che di dolce, eccellente, prezioso, latte si nutre, produce una quantità a dir poco impressionante di merda. Che viste le sue eccessive dimensioni, appare sproporzionata nelle quantità. Ma il piccolo può, in questa fase della sua vita, compiere qualsiasi gesto, compreso il cagare come un toro sessualmente maturo e iper nutrito.
Il problema, a dire il vero, non sta nelle quantità. Nemmeno nella meccanica e nella colorazione.
Il problema sta nell'odore.
Il piccolo, dolcissimo, indifeso, adorabile, neonato, caga yogurt. Che, a rigor di logica, ha anche un suo senso.
E' nell'atto pratico di ripulire il suo piccolo, perfetto, roseo culetto che si prova una indegna sensazione di provvisorietà universale. Senza prentendere di essere il miglior padre, ogni piccolo uomo mette tutte le energie disponibili nel cambiare con efficienza e dedizione il piccolo erede. Il compito è ingrato dalla base. Perchè si tratta di un processo al quale il piccolo non associa un grande piacere. Ma è, come molti truci lavori, indispensabile.
Mangiando latte, caga yogurt. Non fa una piega, stando alla logica. Ma la logica si studia sui libri nelle università, poi cessa di esistere in quasi tutti gli ambiti umani. E come cazzo sia possibile che l'odore delle dolcissime feci dell'indifeso cucciolo sia esattamente quello dello Yogurt Fatto In Casa rimane un mistero intestinale.
Di contro, avverto un fortissimo senso di disagio ad avvicinarmi a qualsiasi gelateria, yogurteria (posti che, a dire il vero, evito di frequentare da sempre) e latteria.
Al reparto latticini, mentre cerco il burro, vedo miriadi di barattolini colorati di yogurt. E penso al terribile odore di merda.
Al bar, al posto della macedonia mi offrono lo yogurt ai frutti di bosco, e io mi vedo una graziosa ciotola di merda con due more sopra.
Essere padre, lo capisci fin dalla sala parto, è questione di pancia, palle, testa, bocca e naso. E naso, cazzo.

Per questo, mentre cerco di capire perchè il condizionatore non funzioni, sento dalla mia maglietta un flebile olezzo di yogurt. Con l'occhio cerco tracce di merda. Percheè il piccolo, angelico, fagotto ha la potenzialità di gittata di un missile drone. E solitamente attende pazientemente che tu tolga il pannolino per sparare l'ultima carica che raggiunge la cravatta in pochi millesimi di secondo.

Yogurt, nella mia stanza d'albergo c'è odore di yogurt. E la cosa, ragionevolmente, non mi fa dormire.

Stanze Gialle

Dicono che le pareti gialle possano aiutare a rendere luminosa una stanza. Forse è per questo che la stanza numero nove ha le pareti ossessivamente gialle. Ci sono anche le lampade a forma di sole. Ma non credo che nessuno dica che una lampada a forma di sole possa confondere anche il più piccolo dei bambini. C’è anche il balcone, anacronistica eredità fascista, di quando in ospedale ci si lavava il bucato in bagno. E forse non ci si lavava le mani con l’insistenza di chi sa di combattere contro un esercito di batteri incattiviti contro la nostra generazione. Sembra, se non fosse per le dimensioni, una piccola stanza d’albergo. Di quelle della Riviera Adriatica, che poi scendi e in due passi sei in spiaggia, e che cosa ti importa in fondo della camera, che ci devi solo dormire. Invece qui ci si vive dentro, ovattati e sorvegliati. Un coro unanime di dubbiose dottoresse cerca di farsi una ragione del motivo per cui un bambino così piccolo possa essere già malato. E’ il loro lavoro. Gli ospedali pediatrici non dovrebbero esistere, in un mondo perfetto. Perchè in fondo, vorresti che la sofferenza potesse prendere solo i grandi e vaccinati. Invece, non solo esistono, ma sono dannatamente pieni di un umanità piccola e infinita. Ogni stanza ha una storia che fa più rumore di qualsiasi destino, perchè sono storie dove il dritto cammino sorridente di foto, filmini e feste è interrotto. E nessuno si arrabbia per le ragioni.  Contro il fato, contro dio, contro qualcosa. Nessuno si arrabbia, perchè sono tutti silenziosamente impegnati a sperare. Che la speranza è come l’aria, bisogna respirarla continuamente, se no smette…
Roba che, camminando nei corridoi, perdoni anche il borsello di pelle a tracolla sugli uomini, spettinati e ubriachi di stanchezza,  perdoni anche le grosse calze di cotone bianco ai piedi delle mamme. Che hanno gli occhi che sono copertine di libri che a leggerli fa male quanto un pugno nello stomaco quando sei troppo ubriaco per accorgertene.
C’è un cortile, con i muri alti, con tutte le pareti disegnate. Grossi pesci nuotano in un acquario di gesso e cemento. In mezzo al cortile ci sono i giochi, e un surreale silenzio per un parco giochi.
C’è il rumore, tutto intorno, della città che corre. Si sentono spesso le sirene delle ambulanze, avvicinarsi un po’ prima di spegnersi.
Ho un buono acquisto in tasca. Avere buoni acquisti in tasca mi da un senso di sicurezza incredibile. Una sensazione primordiale di benessere economico. Per questo aspetto sempre per spendere. E adoro arrivare alla cassa e consegnare il mio buono, il mio placebo economico.
Ho la vita addosso, in questi momenti. Brucia il sangue, e i riflessi si allentano.  Ti ritrovi davanti al frigo, in una casa surrealmente vuota, a scegliere tra bresaola e birra. Che poi insieme non sono niente male. E c’è un silenzio fastidioso, non voluto, fatto di pensieri pesanti.
L’amore si misura in calze, stanze, silenzi e saponi. E forse, a un certo punto, si smette di misurarlo.

Con sommo piacere, rispondo al commentatore del post precedente. Se ti fa stare bene correggermi, fallo. Io farò finta di volerti bene. Fortunatamente Miller (si scriverà così?) ha insegnato che la grammatica si può correggere. Quello che non si può correggere è il talento.

Put Some…

Oggi ero in treno. In treno per Milano. Il treno è come una brutta sbronza. Ti accorgi che è troppo quando è già troppo tardi, e non ti resta che rimanere su. Sono uno di quelli che sale sul treno all'ultimo, cerca sempre un posto corridoio, e provo a scendere per primo. Mi piace viaggiare in treno dove non capisco le fitte conversazioni dei vicini, e riesco ad addormentare la vista rimanendo a guardare posti che non conosco. Non so perchè, precisamente, mi venga così difficile viaggiare in treno. Forse mi viene difficile essere sommerso dalle storie, non richieste, di una moltitudine di esseri umani, dai loro telefoni, dai loro libri, dai loro odori. E' come se ti venisse messo nel letto ogni notte un partner diverso, non richiesto, sconosciuto. Un odore che forse potrebbe non piacerti, un pensiero che potresti non condividere, eppure devi farlo per tre, quattro, cinque ore. Mi piace la storia del treno, la storia delle moltitudini di migranti. Mi piace il treno come mezzo popolare, con le caste sociali divise da comodità ridicole, come nella vita reale. Avere un poggiatesta di stoffa, trenta centimetri quadrati in più e un giornale, ha un prezzo spropositatamente alto rispetto allo stesso viaggio in seconda classe. E, la cosa sorprendente di tutto il trasporto diviso ancora per classi sociali, arriviamo tutti insieme. Quelli di prima classe arrivano in stazione nello stesso istante in cui arrivi tu, che viaggi in seconda classe. Il beneficio è nel sommo piacere di un poggiatesta di stoffa. O forse nello stare con i propri simili. 
 

Oggi, in treno, ho finito di portare tutte le poche poesie pubblicate dal 2007 dal vecchio RadioCorrida al nuovo RadioCorrida. RadioCorrida è un posto a me molto caro, perchè ci metto solo poesie, solo alcune poesie, solo alcune selezionate poesie. Oppure ci scrivo di getto, senza nessun criterio di selezione. Mi piace il disordine che c'è in RadioCorrida, che è un posto sull'etere, senza nessun appeal per farsi notare dall'etere. 

Ho iniziato a innamorarmi della poesia con Umberto Saba. Ho divorato Gozzano, Fante, Buckowsky, Lee Master, Fros, Auden, Catullo, Corso, Ferlinghetti, Neruda. Ho divorato tutto quello che trovavo, senza logica, senza nessuna fottuta logica. Della poesia, mi piace questa assenza totale di logica. Il poter mangiare piccoli morsi, o divorare intere raccolte, sentendo sempre la sazietà felice del lettore soddisfatto. Mi mancano da leggere moltissimi grandi, tanti talenti e adoro comprare libri di poesia dagli autori.

Ho iniziato a scrivere poesia nel disordine assoluto. E disordine è stato. Ma è stato un incredibile disordine liberatorio, una sensazione stupenda di eterno, sospeso in soggiorno davanti a una bottiglia di Bacardi.

Scrivere è il miglior modo di spiegarsi parecchie cose. E' anche una delle arti più belle e complete che ci siano. Fare rumori con le parole, immagini con le sillabe. Scrivere di un profumo, di una sensazione, di un dolore è come dipingerlo, fotografarlo, registrarlo. E', come tutte queste cose, un gigantesco bisogno. 

Mi piace scrivere poesia, perchè la mia poesia manca di logica metrica, inizia con un dolore e finisce in una gioia infinita, parla di posti che ho visto e cose che ho vissuto. E le mie poesie mi ricordano persone, cose, luoghi, odori. Scrivo poesia per me, prima di tutto. Poi, perchè è la forma dello scrivere più nobile che ci sia. Togli alle parole la libertà del disordine nelle pagine, e obbliga un uomo a raccontarsi.

RadioCorrida esiste per questo. Adesso RadioCorrida è su radiocorrida.wordpress.com.
E' sempre un posto scarno, dove ci sono uomini che rincorrono un cuore. Sfondo bianco, ben leggibile. Come piace a me. Però adesso, miracolo della tecnologia, con questo nuovo posto posso scrivere direttamente dal treno. Che a voi non sembrerà molto importante, ma per me era essenziale. 

Come nel vecchio posto, l'interazione sociale è minima. Non scrivo per farmi nuovi amici. Ma era giusto avvisare che, viste le enormi differenze tra le due piattaforme, RadioCorrida è stata la prima a spostarsi.

Si vuole sempre il meglio per i propri, piccoli, gioielli.

Life is short, fritz, put some poems there. 

www.radiocorrida.wordpress.com