Fuori Salone – Salone Fuori

l’editor di Splinder per Mac mi ha cancellato un appassionante pezzo, scritto di corsa e di notte, per commemorare la massa di frikkettoni armati di capigliature emo che affollano il centro in questi giorni. Era un pezzo d’amore per la mia città e di rispetto per la sua gente. Si intitolava: Il Salone Del Design è una cagata pazzesca, ma vi voglio bene lo stesso. Ammiro il vostro coraggio nell’indossare jeans aderenti a vita bassa, ammiro la vostra incondizionata fede nei Franz Ferdinand e nel vostro iPhone. E in effetti, subisco il forte fascino di una sedia scomoda, provo invidia per chi ha saputo disegnare una cucina senza sportelli, estremamente bella, estremamente lucida, estremamente inutile. E la mia Milano, come in un grande abbraccio, accoglie tutta la sua gente, lasciando che i capannoni si riempiano di gente, rumori, parole sprecate e cattivo vino. Tutta la città spera e crede, ha bisogno di credere, in quello che le viene dato. Così anche nella mia zona il Salone del Design porta il suo fenomenale cambiamento: gli zingari in fondo al parcheggio, proprio sotto la tangenziale, stanno riorganizzando le baracche secondo i moderni criteri del design. La signora del piano di sotto si è rivolta a un interior design per stendere i panni senza offendere i gusti cromatici di nessuno e seguendo le grandi necessià di risparmio energetico, sul vialone due lampioni su tre non funzionano. Anche per il Fuori Salone ci stiamo prodigando, con la Pizzeria di Ahmed che propone il Kebap scontato (solo se consumato sul muretto che da sul Forlanini) e con il ritrovo dei camorristi che propone interessanti serate a tema.

Comprendo, in ogni caso, che sia più interessante frequentare il Salone canonico, quello di Via Tortona & Co., senza dover affrontare anche in questa settimana quello che è davvero la nostra città. Il popolo del Salone, di cui faccio orgogliosamente parte, è una ricetta molto bilanciata: un terzo di invidiosi, un terzo di aspiranti designer e un terzo di popolo, quello che basta che ci sia da fare la coda per entrare in un capannone dove venga messa musica assurda e il cuba libre sia a prezzo politico… E mentre subisci l’ingorgo dovuto al salone, dopo una giornata delle tue da impiegato di secondo livello, e pensi che ti manca ancora la spesa all’Esselunga, puoi immedesimarti nella fantozziana rivelazione:

"il Salone è una cagata pazzesca", sognando di urlarlo in mezzo a via Tortona, davanti a una folla di frikkettoni che non ti ascoltano, fedeli al credo delle sedie scomode.

 

il Gergo Del Maestrale

Sono tornato dalla Camargue con della lavanda, un senso di pesantezza dovuto all’ossessivo utilizzo dell’uovo nella cucina provenzale, il rumore del vento nelle orecchie, un forte consolidamento della naturale antipatia verso gli esseri umani che abitano il suolo francese e una riflessione di un certo spessore. La lavanda è sotto forma di saponette, sacchettini, bustine, pacchetti e si presenta un po’ come l’acqua, in forma liquida, solida e gassosa. Così adesso girando per casa si potrebbe dire di essere in uno stabilimento de L’Occitane in cui si sono rotte due vasche di lavanda. All’uso massiccio di uova sto già ponendo rimedio con brodini, zuppe e tutto il corredo alimentare che mi rende anziano agli occhi di mia moglie. Adorando generalizzare, e allo stesso tempo rendendomi conto del terribile errore, quando trovo conferma diffusa alle mie generalizzazioni provo un senso di soddisfazione che forse solo Napoleone ha potuto provare. Eppure lascio spazio al dubbio, quindi non mi permetto di dire che i francesi sono tutti antipatici, piuttosto dico che ho avuto delle grandi difficoltà a relazionarmi con questi sopraffini esseri, e nello specifico con talune stupende creature, che il buon Dio ha dotato di enorme bellezza, di enorme charme, di enorme sensualità e di una incredibile consapevolezza di essere le uniche donne al mondo ad avere tutto questo.  Mentre il Maestrale spazzolava la regione, piegando gli alberi e stordendo gli uomini, riflettevo su quanto io sia a disagio quando non capisco quello che la gente mi dice.

Io sono in grado di ordinare da mangiare in quattro continenti del mondo, come di chiedere un pacchetto di sigarette e di sostenere una banale conversazione sul tempo o su argomenti generici come la struttura a tutto sesto di alcune cattedrali pre romaniche. Ciò è prevalentemente dovuto alla grande ossessione con cui il mio professore del liceo mi ha inculcato alcuni pilastri della lingua inglese. Per fortuna, o perchè così va il  mondo, laddove ho avuto plateali problemi con il mio inglese mi sono salvato con una primordiale forma di spagnolo, dovuta a una vacanza studio di millenni fa dove per limonare e per mangiare era necessario esprimersi correttamente in spagnolo. Ecco, queste mie caratteristiche mi permettono di capire cosa stanno dicendo le persone che siedono con me a un tavolo di lavoro in America, in Olanda, in Germania, in Sud Africa, in Spagna, eccetera eccetera. In Francia no. Questo non è possibile. Molti parlano inglese in Francia, ma lo fanno con lo stesso entusiasmo con cui io affronterei una devitalizzazione di un molare. E probabilmente per loro non c’è anestesia. Così sono stato tagliato fuori dal mondo per quattro giorni, non capendo cosa ordinavo, dove andavo, perchè mi stessero insultando. Leggevo cartelli incomprensibili, scrutavo mappe ignote, mi insospettivo ad ogni sguardo, pagando il prezzo della mia ignoranza. E mi sono trovato nel letto, ascoltando il Maestrale che soffiava e la Signora che dormiva, a riflettere su quanto possa il linguaggio. Quando non capisci esegui, convivi con il problema, sopravvivi evitando il contatto. E ho trovato di colpo, alle 2 e 32, svegliato da un cavallo francese che nitriva, e senza capire cosa dicesse…, dicevo ho trovato la radice di una infinità di problemi.

Quando mi parlano di titoli tossici, di epurazione delle incogruità o delle discordanze processuali il mio cervello fa quello che farebbe il cervello di chiunque di fronte all’ignoto: si domanda se si tratti di una minaccia diretta a me o ai miei cari. Compreso che gli investimenti di Unicredit non sono stati una minaccia vitale diretta, ho continuato per mesi a vivere serenamente anche se il mondo andava a puttane. Non comprendendo il linguaggio non posso accedere alle informazioni che forse mi interesserebbero davvero. E se quel magrebino vestito da 50cent che mi ha parlato per due minuti mentre la Signora pisciava in un Cafe mi avesse voluto avvisare degli imminenti rischi nell’investimento sui mercati emergenti? E se invece si fosse dichiarato, dicendomi che mi amava alla follia? Compreso che il suo tono non era aggressivo e che non stava maneggiando nessun corpo contundente mi sono limitato a isolare la sua voce annuendo ogni quarantacinque secondi per dimostrare la mia solidarietà. E quando il dottore mi ha detto che alcuni valori proteici non collimano con le normali aspettative e quindi si può sospettare una forma infiammatoria di primo livello, localizzata sui tessuti molli, ho semplicemente interpretato dal suo sguardo, immaginando che ciò non fosse letale.

Insomma vivo nel baratro della mia ignoranza e devo alla Camargue la tragica scoperta del valore delle parole. Che forse, come diceva qualcuno, dovrebbero avere lo stesso peso delle armi. E questo mi mette molto a disagio.

Delle tre pagine che ho scritto sul Maestrale non resta nulla, infame cestino di Windows. Ma forse è meglio così. Mi si consenta di chiudere dicendo che mi sono rotto i coglioni di Zafon e delle sperticate recensioni che fanno. E’ sempre lo stesso libro. E sono tornato nel baratro di Fred Vargas, che scrive sempre lo stesso libro da dieci anni, ma te ne fa accorgere solo dopo che lo hai finito.

"Ai Papi piacevano gli uccelli" (audioguida in italiano, Avignone, Palazzo dei Papi)

Alcuni passi dopo

Aspettare mi stressa, mi snerva, mi da la sensazione netta di buttare via il mio tempo. Anche parlare con i meglio abbienti, con i coetanei dal reddito spropositatamente maggiore alla norma, non certo per meriti propri ma per sacrificio paterno, mi stressa. Aspettare mi da la sensazione di vuoto. Perdere del tempo. Non perdo tempo quando decido di lasciare scorrere il mio tempo. Perdo tempo quando alcuni esseri umani mi impongono di lasciare che il mio tempo sia a loro disposizione senza un fine ben definito.
Ho comprato una macchina giapponese. Comprando una macchina giapponese, dicono i più, potresti dimenticarti il significato lessicale della parola “officina”, in quanto i giapponesi, si sa, aspirano alla perfezione nella costruzione di ogni cosa. Non capisco la relazione tra acciaio polacco, manodopera romena, gomma cinese e progetto giapponese con l’eccelsa qualità, ma in questo periodo tutto è concesso tranne la lucida critica. Sicché mi dirigo in officina, perchè anche le macchine giapponesi possono avere dei difetti. Un uomo alto, straordinariamente alto e vestito di blu, mi vuole disperatamente comunicare efficienza, affidabilità e responsabilità. La sua comunicazione non verbale è esplicita, i mezzi sono quelli da televendita, il concetto espresso è molto lontano dalla minima soglia di efficienza: devo stare due ore in una sala di internamento, con delle riviste sulle macchine, una macchinetta del caffè e probabilmente altri esseri umani, aspettando che l’autovettura perfetta ritorni perfetta. E su questo divanetto di finta pelle mi immergo nell’analisi della pulsantiera della macchinetta del caffè. Caffe Macchiato, Mocaccino, Caffe espresso, Caffe doppio, Molto Zucchero, Poco Zucchero, Acqua Calda, Solo Bicchiere. Mi stressa, mi snerva, mi da la sensazione che io stia buttando via il mio tempo. Ma è solo una sensazione, perchè gli altri esseri umani al mio fianco sembrano perfettamente a loro agio. Uno addirittura studia interessato una brochure di un grosso monovolume. Un altro, che mi ricorda una sensazione spiacevole, scrive accanitamente sul blackberry. Mi ricorda qualcosa che non vorrei ricordare. Poi alza lo sguardo e mi saluta sorpreso e felice. Lui. Siamo stati, a quanto pare, compagni d’università. Abbiamo bevuto della birra insieme, ora ricordo. Abbiamo studiato insieme, ora ricordo. Abbiamo festeggiato il mio 27 in Diritto Pubblico in un 20 luglio di non so quanti secoli fa. Poi partivo per la Grecia, con una piccola valigia, un gran bisogno d’amore e la certezza che avrei abbandonato l’università quanto prima. E’ sinceramente dispiaciuto di non avermi più rivisto e desidera raccontarmi dieci anni di vita in cinque minuti, partendo da oggi. Ha una casa, un cane, era fidanzato, lavora in banca, mette da parte i soldi per andare in Australia e vorrebbe lasciarsi alle spalle qualche brutto ricordo. Mi offre un caffe. Molto Zucchero. Non sono mai stato così lontano da una persona come in quel piccolo spazio buio. Desidero andare via. Desidero cambiare macchina. Adesso tornerei alla cara vecchia Ford. Giapponesi di merda. Mi racconta di Chiara ed Elisabetta. Dice di cercarle su Facebook. Poi di Mario e Paolone. Che ha avuto un brutto incidente proprio qualche mese fa con la macchina del padre mentre tornava da St. Moriz. Mi mancano qualche migliaio di ore prima della mia morte, e sono costretto a passarne una intera con un ricordo spiacevole e estremamente prolisso. Addirittura organizziamo una cena. Pagare del cibo per starti ancora ad ascoltare potrebbe essere dichiaratamente masochista. Finalmente il gigante blu entra nel piccolo spazio e mi comunica che l’efficienza giapponese ha avuto la meglio sulla manodopera romena. Salgo in macchina felice di scappare. Come quel 20 luglio, mentre spedito scappavo dai chiostri bollenti in cui un intera generazione fermentava prima di essere mandata al fronte. Ho perso due ore e mezza. Se poi ci aggiungi l’ora legale…