Dei due grossi tatuaggi maori che svettano sugli imponenti bicipiti non riesco a decifrarne il significato, ma suppongo che abbiano una straziante storia strappalacrime, oppure una orgogliosa ragion d’esistere. Diffiderei dalle interpretazioni più semplici, come ad esempio il nome della fidanzata o del primo figlio, perchè suppongo che nessuno si possa chiamare come un brutto disegno monocromatico. La pelle è uniformemente abbronzata, il che mi fa dedurre che il nostro David di Donatello abbrustolito ami particolarmente adagiarsi ignudo su lidi segreti, oppure che abbia una irrefrenabile passione per le lampade. Ha i piedi tozzi, primitivi, secchi. Le gambe definite, toniche, voluminose, rovinate da un tatuaggio a reggicalze, anch’esso maori. Sul portasapone ha messo, in ordine crescente, uno shampoo, un balsamo e un bagnoschiuma, massacrando in pochi secondi l’immagine virile che mi avevano comunicato i bicipiti. Ha una particolare ossessione per l’igene rettale, si direbbe, visto che nel mentre in cui io eseguo una doccia completa, con tanto di pipì e cantatina (ACDC, nuovo superbo disco), egli è ancora impegnato nella zona rossa. Si potrebbe anche dedurre che io sia molto veloce nel detergere le mie membra. Per questa mancanza di sincronizzazione lo perdo di vista per una decina di minuti, per ritrovarlo nello spogliatoio, con un accappatoio di otto taglie più piccolo, mentre sciabatta allegro verso il suo armadietto. Ho sempre avuto una forte repulsione per gli spogliatoi comuni delle palestre, forse seconda solo alla repulsione che ho per le palestre stesse. La forzata socializzazione, ridotta ai sorteggi di Uefa o al rimpianto di Moggi, l’enfasi umana nel asciugarsi davanti a uno specchio, facendo i muscoli, l’omofobia espressa con taglienti doppisensi, l’innegabile cattivo gusto di esibire il proprio pene davanti ad altri esseri umani con cui non si hanno, e non si prevedono nel breve periodo, unioni sessuali, sono cose che mi hanno sempre infastidito. Inoltre il possedere enormi braccia, tozze gambe e ambiziosi pettorali, se non finalizzato a una attività sportiva o lavorativa, è uno dei paradossi dei nostri anni. Ci sta il boscaiolo con due spalle enormi, ma l’impiegato di banca che assomiglia preoccupantemente a John Rambo ha del grottesco. Mentre cerco di infilare la scarpa sinistra nel piede umidiccio saldato a caldo con il calzino bagnato, in bilico, ascolto una conversazione animata sugli amminoaci ramificati. Il discorso scivola dolcemente sui programmi per il fine settimana, che prevede, oltre all’assunzione massiva di amminoacidi ramificati, anche il disperato tentativo di dare un senso a cotanto sforzo per appiattire l’addome. Accendo il phon a gettoni proprio mentre due grossi energumeni stanno per dire il nome del locale del momento, e mi perdo dieci minuti di conversazione. Il mio amico maori continua a mettere borotalco in zona rettale, impanandosi le chiappe brune in una posizione grottesca. Esco velocemente, ma non trovo le chiavi della macchina, che perdo circa una decina di volte al giorno. Per questo stanno attaccate a un lungo cordino che andrebbe messo al collo. Uscendo dal parcheggio mi imbatto nel mio amico maori, dotato come il sottoscritto, di una affascinante station aziendale. Andiamo tutti e due a immergerci nella zona industriale, capannoni, neon, solitudine urbana, nigeriane ai bordi, nebbiolina umida e le luci dell’aereoporto sullo sfondo. Ci lasciamo quasi subito, perchè la sua macchina si accosta proprio di fianco a una nigeriana, a pochi passi da un lampione.
Mese: ottobre 2008
Mucche, canne e fantasia
Ogni volta che salgo su un aereo, cosa che accade con preoccupante frequenza, cerco di tenere a bada l’emisfero sinistro del cervello che questiona pressantemente sugli aspetti piu’ discutibili del fatto che un tubo con due ali e un sacco di gente stipata dentro, lanciato grazie a dei potenti motori molto al di sopra dei tre metri mocciani, possa essere considerato un modo ragionevole di spostarsi. L’emisfero destro, estremamente impegnato a distaccare l’olfatto dal possente odore di ascella stanca misto a minestrone surgelato, conviene sul fatto che il suddetto tubo di lamiere, sufficientemente pressurizzato, sia un controsenso del progresso. Insomma, non ho paura di volare, mi mancano le motivazioni per giudicarla come esperienza interessante. Quando poi, sorvolando le Alpi, il tubo si scuote animatamente e un sacco di grassoni russanti si risvegliano ricominciando a produrre quel fantasioso odore di ascella assassina, l’unica distrazione in grado di dissuadermi dall’idea di aprire il portellone e lanciarmi come in Point Break (senza pistola) e’ quella di guardare le sperdute baite affogate nella bianca neve, forse svizzere, forse italiane. Un grosso lavoro emotivo, gestito dall’ipotalamo, viene fatto per cercare di accettare l’idea che squadre di omossessuali con curiose camicie colorate, mi affoghino con distratte attenzioni come Sandwich con Mozareli (3,5 pound) Capucino (2,5 pound) oppure biglietti di fantomatiche lotterie (2 pound). Non tanto per gli omosessuali emaciati e le loro stravaganti camicie, entrambe cose che accetto di buon grado e senza fatica se divise, ma che fatico ad assorbire se unite, ma per il concetto statistico di morire appena prima di Zurigo, alle pendici di un monte che nessuno conosceva prima del disastro aereo, vittima di una compagnia low cost e delle sue politiche di manutenzione, o forse di una distrazione del pilota (piu’ o meno ventenne a differenza della vecchia carampana che coordina la baracca di omosessuali variopinti), oppure per un guasto improvviso dovuto al fatto che quindici anni fa nello stabilimento americano dove veniva prodotto il tubo volante, l’ingegnere meccanico con i baffi e gli occhiali quadrati era troppo preso ad ascoltare Nevermind dei Nirvana per accorgersi di non aver fissato la vite del finestrino che ha retto per milioni di kilometri, ma e’ stata definitivamente corrosa dall’ascella modificata del grassone che dorme inglobato nella carlinga. Insomma, a Dio piacendo, preferirei morire in madre patria, saldamente ancorato per terra, magari investito da un frammento di un finestrino di un aereo low cost pieno di ciccioni ermafroditi con stravaganti camicie, ma in ogni caso sul suolo, cadendo tutt’al piu’ di qualche centimetro. Forse sono tubo fobico, perche’ taluni ragionamenti soggiungono anche quando mi muovo in treno, cosa che accade con sorprendente frequenza, mentre cerco di trovare una posizione cristiana nel sedile ovulare disegnato da un crotalo ubriaco, condividendo come al cinema, il bracciolo con un grassone odoroso che si sposta sempre con me, come se fosse la mia coscienza. Il treno, in effetti, si schianta con piu’ frequenza, si arrotola su se stesso, deraglia, saltella, si incastra, si tampona, ritarda. Il ventaglio di possibili morti e’ ben piu’ ampio, ma riguarda sempre posti estremamente tristi e desolati. Solo l’appassionante telenovela di qualche scimmia urlante in cravatta e black berry che racconta a tutto il vagone le vicende affascinanti della sua azienda fingendo di parlare con un amico mi distrae dalla certezza matematica di dover morire nella campagna aretina, in mezzo a una sottile nebbia che ritarda i soccorsi, tra faggi umidi e maestose querce che impediscono l’arrivo dell’elisoccorso (meno male). Questa fobia per i tubi, questo senso di sfiducia nel progresso tecnologico, questa forte diffidenza per l’ingegneria meccanica, non mi impediranno certo di raggiungere mete esotiche e stupendi luoghi, dove il mio spirito si potra’ nutrire di nuove culture e di infiniti concetti, arricchendo la mia anima e fortificando la mia mente. Come ad esempio la lontana Polinesia, la sconosciuta Austrialia, l’affascinante Argentina, l’infinito Peru’. Ma che due coglioni andare avanti e indietro dall’Olanda. Per di piu’ rischiando di morire alle pendici di un monte sconosciuto poco fuori Zurigo.
Post Scriptum: Al Sandwich con Mozareli si puo’ abbinare un ottimo Finto Vino Italiano (3,5 pound) e a seguire sul finire delle batterie dell’iPod, accompagnare il tutto con russata alitante di ciccione invasivo.
A Mirare si sparerebbe megio
Ho sempre ammirato la costanza con cui, data la sua estrazione sociale, i suoi modi, gli abbondanti conti bancari, si metteva automaticamente in una posizione di superiorita’. Non foss’altro che per un viso tutto sommato carino, tratti mediterranei incastrati in bei capelli castani, si sarebbe potuto parlare di qualcosa di talmente insipido da rischiare l’indifferenza. Eravamo al liceo, erano gli anni novanta. Si parlava di andare a manifestare, si discuteva animatamente, si credeva fermamente in quello che si diceva, si proponeva, si deliberava, si rettificava. In ogni caso c’era sempre tempo per limonare. Eravamo fidanzati, a Milano, in Porta Romana. Giravamo con questa bicicletta di quindici anni, lei sempre in canna, io con due gambe da stallone. Non ci fermavano i semafori, non ci fermava il raffreddore, non ci fermavano i genitori. Non avevamo paura di niente, dentista escluso. Con una birra media eravamo alticci, con un pacchetto da dieci di Marlboro Light eravamo a posto per una settimana, e ci avanzavano duemila lire per un panino. Poi le nostre strade hanno preso destini differenti, o sono i destini che hanno preso strade differenti, oppure a me piaceva un sacco contestare, rettificare, deliberare, pedalare, e a lei molto di piu’ limonare. E per di piu’ non in mia presenza. Poi c’e’ stata l’universita’, che se uno la vive da ricco e’ tutta un’altra cosa. Alla bici si e’ sostituita una fiammante Panda di una decina d’anni, quattro marce, vibrazioni eccitanti, stessa aderenza di una bara lanciata in un dirupo. Mi tagliavo i capelli corti, con il rasoio, smettevo di forzarmi con le camicie e cominciavo con delle magliette che oggi si potrebbero definire pittoresche. E ci ri incontravamo nei locali, e mi sentivo sempre piu’ lontano e sempre un po’ a disagio, quasi a giustificare il mio ceto, i miei capelli, la mia vita. Poi e’ arrivato il lavoro, con lo stipendio speso tutto in cazzate. Poi speso tutto in serate. Poi speso tutto in vestiti. Poi speso tutto in cene. Sempre speso tutto. E ci incontravamo nei ristoranti in cui mi veniva il magone ad entrare, ma facilitavano parecchio il dopo serata. Poi arriviamo a oggi, a una manciata di sere fa. Che ci siamo incontrati ancora. E che cazzo, ci incontriamo solo di notte, e solo nei posti piu’ cool. E ci siamo parlati, per cinque minuti. Poi sono dovuto scappare, che la vescica non tiene piu’ di un litro di birra. E mentre pisciavo sul Ponte della Bovisa, constatando che si, e’ arrivato davvero il freddo perche’ la piscia fuma, mi sono reso conto che in effetti e’ tutto terribilmente vero. Eravamo distanti ma simpatici insieme a quindici anni, eravamo differenti a venti, eravamo molto dissonanti a venticinque, ma c’era comunque la voglia di credere che la fatica che faccio e’ la stessa che fai tu. Le nostre piscie, a ragion di logica, dovrebbero fumare entrambe. E i nostri polmoni respirano la stessa aria. Ma le nostre citta’, le nostre visioni, le nostre parole, sono le parole di due caste differenti. E me ne sono accorto pisciando. Non tutti riescono a raggiungere tali vette, gestendo anche il gap di temperatura di una notte di ottobre.