In primis fu la scoperta del mojito ligure. Poi venne la focaccia, abbondante e sorniona. Poi fu la volta del pesto, unto pesante e buono. Poi arrivarono le brioches, colanti marmellate indecifrabili. Poi fu il turno delle noccioline e delle patatine. Sono troppo impegnato a ingrassare per avere qualcosa da dire. Settembre, come tutti i settembre della mia vita, porta un carico di buoni propositi. Nel frattempo mi sono venuto in mente quando, tra i chiostri dell’università studiando Storia Contemporanea mi chiedevo come fosse stato partecipare alle fasi iniziali di una guerra mondiale. Grazie a Vladmiro e Giorgio doppia vu posso coltivare grandi speranze, così tra le mie priorità è comparso anche un improvvisato testamento spirituale redatto sul molo di Porto Pidocchio e che prevede la spartizione di tutti i volumi di Punk O Rama in parti uguali, la collana di Martin Mystere divisa in tre, come quella di lattine di birra dal mondo. Per i libri gradirei donarli a chi ha davvero bisogno di leggere, che ne so bambini nigeriani, poveri indiani, parlamentari italiani. Per il resto, lascio i miei manoscritti, compresa la preziosa raccolta di poesie "Carciofi e altre forme di onanismo" a chiunque se li venga a prendere. Ho qualche problema sul necrologio, che vorrei fosse pubblicato solo sul Corriere, perchè fa più hardcore. Torno nelle calde acque del Mare Nostrum, che a oggi e nonostante le meduse e i tamarrani con l’acquascooter, sembra molto meglio del Mar Morto.
Mese: agosto 2008
Vigilare, aspettando il giudizio universale
In effetti ha pienamente ragione Checcuzzo, quando dall’alto dei suoi inguardabili pettorali rigonfi di amminoacidi ramificati e vene scoppiate, sorseggiando una salutare spremuta di pompelmo, quasi si commuove guardando il mare e sospira sussurrando il suo amore per questo tenero paesello. Camogli e’ un piccolo miracolo, una lunga storia di amore con il mare, un abbraccio di palazzi e acqua, una cartolina romantica di profumi, sapori e gente brunita dal sole. Come si puo’ negare il fascino della Liguria, che da generazioni ci strega con la sua poesia di cemento, acqua, cielo e focaccia al formaggio. C’e’ pure, sotto i portici davanti al porticciolo, una rhumeria. Un posto dove bere rhum, insomma. C’e’ la grande chiesa sul mare, c’e’ la poetica e rumorosa stazione dei treni, che vomita una continua processione di pazienti tedeschi e nervosi milanesi. Casa nostra sta dritta su per la collina, una piccola via crucis di scalini e salite per il mio menisco. Dalla finestra del soggiorno si vede un grande pino marittimo, un pezzo di mare che si confonde con il cielo e la piscina proprio sotto casa. Il silenzio, qua nei piani alti del borgo, e’ interrotto solo dal campanile della chiesa, rintocchi regolari che spezzano il mattino svegliando lentamente le membra abituate al confortante rumore di autobus e tangenziale. Mi piace il distacco malinconico della Liguria, mi ha fatto lentamente innamorare, perdonare il suo mare a volte sporco, perdonare i suoi prezzi, amare le sue salite. Non voglio assolutamente menzionare i settanta e passa euro di multa per un avventato parcheggio dopo due ore e mezza di affannosa ricerca. Perche’ io so, ne sono certo, che in ogni caso i vigili urbani non vanno in paradiso. E io l’ho visto, sudaticcio, con la camicia d’ordinanza slacciata, il pantalone blu che mi faceva caldo solo a guardarlo, il cappellino ridicolo e il blocchetto nella mano sinistra. Si, io l’ho visto, mentre facevo il settimo giro consecutivo dello splendido borgo, segnando il ventunesimo kilometro di salite, discese, rotonde e precedenze. Eppure, anche se l’ho visto, ho deciso che due ore per parcheggiare un autoveicolo, in qualsiasi paese del mondo, sono troppe. E poi, volendo ben guardare, ho parcheggiato talmente lontano, talmente in salita, talmente al sole, che il mio prezzo umano l’ho gia’ pagato. Dentro di me io lo so, i vigili non possono andare in paradiso.