questo è solo l’inizio

A vederlo piangere, disperatamente, viene da pensare. La disperazione di un pianto che si trasforma, in un piccolissimo attimo, in un sonno placido, sereno, talmente calmo da sembrare il mare di giugno. Lo osservo mentre cerca la pelle di sua madre, lentamente, come se avesse tutto il tempo del mondo, ma con una decisione che trovi solo in un grande uomo. Questione di vita o di morte. Ed è tutto terribilmente lì, tutto il mondo che avevi tra le mani prima, finisce nelle bianche lenzuola di un ospedale. Inizia tutto da qui, una seconda volta. E tutto il male che hai sentito sembra improvvisamente nascondersi dietro la pelle sottile di un piccolissimo, tenacissimo, neonato. Questo spettacolo è semplicemente tutto, senza nessuna alternativa. E' il respiro che fai, la serenità placida di sapere che tutto, per forza, è in quelle mani fatte di ossa talmente piccole che hai paura di romperle.

Il parto è più di un toro nel petto, più di un dolore, più di un miracolo.  E' questione di vita o di morte. Più di vita, alla fine. E' un momento, eternamente lungo, in cui i minuti diventano ore, e la paura, il sangue, il dolore, il respiro, il silenzio, il rumore, l'odore, arriva tutto talmente forte da chiederti se tu sia capace di sopravvivere. E' il momento in cui gli occhi parlano, i polmoni strillano, le mani stringono, il resto non conta nulla. Tutto il resto è fuori. Questione di esserci. E' qualcosa di cui si potrebbe scrivere per ore, qualcosa che forse non si può raccontare. E' la gioia infinita, il dolore della vita nelle vene, nei polmoni, nella testa. E' il sapore di un bacio tra lacrime e sudore, è lo stupore degli occhi di un bambino, è l'inizio. Che prima tutto ti sembra talmente grande da lasciare le cose a metà e dopo tutto ti sembra davvero piccolo, talmente piccolo che due mani, fatte di ossa talmente piccole che hai paura di romperle, talmente piccolo che si perde nei suoi occhi infiniti.

E ti sembra lontanissimo, vicinissimo, il momento in cui i suoi capelli, sudati, rimbalzavano lentamente sul tuo petto. Il momento in cui due respiri si fanno uno, E sembra un modo di dire, ma si fanno uno davvero. Lo fanno le mani, il respiro, la pelle, i fianchi, gli occhi e il cuore.

E poi arrivi tu, che sei il frutto sperato di tutto l'amore che ho potuto. Tu che sei un riassunto di cinquanta centimetri di tutta la fatica che è l'amore di tutti i giorni, tu che sei la risposta a tutte le domande, eppure non parli. Tu che sei l'inizio, eppure ieri sembravi la fine. Tu che sei la prima cosa che abbiamo fatto insieme, e sembravi l'ultima. Tu che sei tutto, quando sei negli occhi di tua madre, e nel suo sorriso, e nel suo seno. Tu che sei talmente elementare da non sapere bene cosa fare. Tu che sai già tutto, ma ti dovremo insegnare tutto.
Tu che sei semplicemente il sentiero che ognuno dovrebbe seguire.

Ieri era il diciannove aprile. E' nato mio figlio. In un giorno di sole, caldo, appoggiato su una primavera milanese fatta di traffico, tram, polvere e caffè. Ieri era un giorno come un altro, poi tutto quello che serve è successo, con i tempi e i modi in cui doveva succedere e niente è stato lasciato al caso.
Adesso scrivo seduto per terra, sul ponte della ferrovia, da cui si vede la luna, il cielo illuminato di Milano, e qualche zingaro che cammina sui binari. Bevo birra fredda, scrivo e ascolto musica. E tutto finisce qui. Sono felice, sono stanco, sono sereno, sono un padre. Guardando gli occhi di mio figlio vedo tutto quello che devo vedere per essere felice. Guardando gli occhi della donna che lo ha partorito, sento l'amore più forte del mondo, come quando il vento spinge e l'aria cambia portando un temporale nel caldo. Sento in lei tutta la forza del mondo, sento in lei tutto l'amore che una madre può dare, e sono felice. Ho pianto, senza paura di farlo, come sto seduto qui, senza paura di farlo.
Aspetterò che la birra finisca o si scaldi, aspetterò ancora un treno, mentre scampoli di vita si infilano nei pensieri, tanto da togliere la musica e lasciare che il cielo porti tutto a domani.

Benvenuto. Non sarà facile, ma sarà stupendo.

sulla strada

La cosa che mi piace di più delle moto è che sono oggetti magici. Guardare una moto significa immaginare strade, sentire sensazioni forti, per stomaci di provata fede nel miracolo dell'aderenza dell'asfalto e della gomma. Girarci intorno significa sentirne il passo, ordinatamente selvaggio mentre procede per quella statale che hai giusto fatto in macchina qualche tempo prima. Le moto sono senza tempo, perchè allineano i minuti e le ore sullo stesso piano, respirando rumorosamente su un tornante o ansimando affannosamente in coda a un semaforo. Le moto hanno un sapore particolare, di asfalto, gomma, fango e polvere. Mischiati con birra e caffè. Le moto sono storie in potenza, sono meravigliosi racconti sul nascere.
Nelle due ruote, che aspettano silenziosamente in garage, vedo la pazienza di una storia che sta per nascere. Una scrivania di ghisa, che scrive raccontando storie infinite.

Seduto alle tue spalle, su una moto, c'è un viaggio che potrebbe finire in mille modi diversi. Ricordo di aver insabbiato la Poderosa in una spiaggia isolata, sotto il sole di luglio, per fare un bagno di rapina in un giorno di lavoro. Ricordo di aver saltato per ore in mezzo allo sterrato dei campi con la meravigliosa vespa, sperando di trovare una strada asfaltata. Ricordo anche di aver passato mezz'ora sotto il diluvio spingendo il mezzo che sentiva immediato il bisogno di fermarsi e manifestare il bisogno di grandi cure.

Ho bevuto la pioggia inerpicandomi su statali che sembravano non finire, cercando una tettoia per fermarmi. Ho provato la delusione incompetente di chi guarda un misterioso motore che non vuole partire.

E ho sempre saputo che la moto, una moto, sarebbe stata con me sempre. Perchè è un modo come un altro di leggere il mondo, con la calma di chi non ha nulla da fare o con la rabbia di chi vorrebbe mangiarsi asfalto e polvere correndo verso l'infinito.

E' arrivata Crazy Mary, il cui nome è provvisorio. Il suo rumore è musica, un borbottio che diventa ringhio appena si libera. E' una regina di Statali, che può mangiare autostrade. E' imponente, ma snella. Cattiva, nera, lucida, come una moto deve essere.

Correrà con me, porterà ill mio culo in giro, prenderà temporali e tremerà sulla ghiaia.

Si può decidere di partire tutti i giorni. Qualche volta semplicemente rimanendo a guardare la poesia di ghisa e cilindri.