A volte le promesse andrebbero mantenute

Mi ricordo che lo chiamavano Ciccio. Era uno dei membri effettivi della compagnia del Campo, che poi erano quelli che dettavano legge di giorno e di notte. Al campo, di giorno, si giocavano partitelle truccate dalla paura di finire nel mirino di quelli, appunto del campo. Di sera, in sala giochi, si conquistava a fatica un posto davanti al Tetris per poi doverlo magari lasciare a uno di quelli del campo. Essere della compagnia del campo era, senza ombra di dubbio, molto più vantaggioso di qualsiasi altra cosa. Ciccio era il loro scemo del villaggio. Il prezzo da pagare quando si ha un fisico vicino alla forma della pera perfetta, un buon senso di appartenenza che sfiora il sadismo e delle tute da ginnastica molto fuori moda. Ciccio veniva preso per il culo da tutta la compagnia del Campo, ragazze comprese. Ah, le ragazze del Campo. Quelle si che erano ragazze. O per lo meno così ci sembrava. Non potevamo rimanere molto a guardarle. Erano tutte fidanzate con qualche ragazzo del Campo. Qualcuno dal soprannome estremamente cool, con il giubbotto giusto, i soldi al posto della merenda portata da casa. Eppure proprio quelle merende, una rosetta con dentro due etti di marmellata alle fragole e burro che farebbe impallidire il colesterolo in persona, sarebbero state la nostra salvezza. Era tutta una questione di sopravvivenza estiva. Da giugno a settembre. Giusto il tempo di un estate. In fondo, con gli occhi di uno che non ha quindici anni e non si trova nella compagnia sbagliata, nel paese sbagliato, al momento sbagliato, una cosa da nulla. Questione di vita o di morte per chi, come noi, era dalla parte sbagliata, con quindici anni, un bagaglio di brufoli da far invidia a una mappa tridimensionale delle alpi, e tutta la sconfinata certezza della propria posizione.

Poi fu la scoperta del basket. Giocavamo tutto l'inverno, tutti i giorni, dopo i compiti. Mettere quella cazzo di palla dentro il canestro era questione di principio. Tutte le sante sere. E poi, con la primavera, sempre più tempo. Ci si allenava anche il sabato, e la domenica si giocava tutto il pomeriggio. Giocare a basket a Milano negli anni ottanta significava fare in un anno tutto il triennio di mediazione culturale della statale. Si sceglieva il campo, come in un videogioco, in base al livello di difficoltà che si voleva affrontare. I filippini del parco Solari, veloci, scoordinati, tantissimi, avevano i palloni migliori. Della Nike. Poi si giocava in circonvallazione, contro i ragazzi delle scuole private figose. Poi si giocava con i neri del Sempione, contro lo strapotere della natura. Poco, pochissimo, tempo per cose tipo feste, ragazze e birre. Era una questione di allenamento, corsa, fiato, addominali, braccia, mira. Finiva che arrivavi a scuola con le dita tutte fasciate, le caviglie dolenti, e l'idea fissa di provare ancora quel tiro da tre.

Arriva giugno, e la fine della scuola. Otto ore di basket, con il sole, con il caldo, senza pensieri. C'era da sfidare i ragazzi di San Siro, quelli che se finivi per vincere, finiva sempre a botte. Si correva per la città in bicicletta, con il pallone legato dietro, e pochissimi pensieri se non quello di vincere. Semplicemente vincere. E poi, tornare in montagna. Guardare il paesone dalla macchina e domandarsi se mai sia esistito un canestro tra queste valli. E poi trovare il canestro proprio al Campo. E ritrovare Ciccio, sempre a pera, sempre più fuori da ogni moda con quelle tute che sembravano giganteschi pigiami, ma con l'orecchino scintillante. E Ciccio che propone di giocare a basket. e la compagnia del Campo che goffamente inizia a giocare a basket.

E, come in tutte queste storie, riconquistare prima che giugno fosse finito, rispetto, ragazze e Tetris a furia di tiri da tre, di blocchi e stoppate. E scoprirsi più forti, più grandi e decisamente più veloci.

E ritrovarsi la sera, fuori dalla sala giochi, a fumare le prime rosse, di nascosto da tutto e da tutti, e vedere lei, lentamente avvicinarsi e chiederti un tiro. Tutto d'un tratto, vorresti contare i minuti che ti separano dal paradiso, i secondi che ti separano dall'infarto, le ore che vorresti durasse questa sigaretta. E tu, che ancora confondi il dopobarba con il profumo, che ancora confondi l'amore con un canestro, senti forte il suo odore, che poi imparerai a chiamare profumo. E' Ciccio ad avvisarti delle botte che, prima o poi arriveranno. Sembra più spaventato lui, come se li sentisse, gli schiaffi, su di lui. E poi giornate che corrono troppo veloci, giocando, ma poi fermandosi a parlare con lei. Quando trovare un argomento non era un problema, ma trovare una sigaretta poteva essere un'impresa.

Poi, una sera di un sabato di luglio, fuori dalla festa degli Alpini, nascosto tra gli alberi della pineta, mentre tutti cercano di far durare una sigaretta tutta una notte, ti vedi arrivare lei. Che non hai mai notato come una minigonna di jeans potesse stare bene. In fondo non hai mai notato nemmeno che potessero esistere dei capelli così belli. Tutto inizia, tutto finisce, in un bacio. Sentire le labbra, e perdere il controllo delle mani, delle gambe, e del colore della pelle. Maledette guance rosse. Tutto, poi si sarebbe capito, può iniziare e finire con lo stesso bacio.

E dal quel momento cercarla, ovunque, continuamente. Cercare lei, le sue labbra e quella sensazione incredibile di onnipotenza che ti viene a quindici anni e senza un soldo oppure a cinquanta quando ne sei pieno.

Ciccio non l'ho più rivisto, probabilmente si sta rifacendo una vita dopo un'adolescenza da gregario. Speriamo abbia almeno imparato a vestirsi e si sia tolto l'orecchino.

Lei l'ho rivista oggi. Sembrava di rivedere sua madre. Ci ho messo un po' a riconoscerla, ma ritroverei quegli occhi ovunque. Non per gli occhi in se, ma per la sensazione che si sono portati dietro per tutta un'estate. Me li ricordavo come li ho trovati. Poco dopo, nel soffice letto di nuvole e ronzio dei motori, sospeso sopra il Mare da qualche parte nel mondo, sprofondato nel mio sedile, ripensavo a quegli occhi. E mi è venuto il sapore del panino con la marmellata, l'odore di una giornata di basket sulla pelle, l'aria fresca nei polmoni dopo una corsa per arrivare in orario a casa. Il Signore degli Anelli, l'odore di muffa della nostra casa, i compiti di matematica e l'incredibile certezza che tutto potesse durare per sempre, gli Articolo 31 e i Metallica, il male alle dita per aver suonato la chitarra tutta la sera, non saper chi fosse Battisti ma saper suonare tutte le canzoni, il vino caldo e il freddo della notte di settembre, quando tornando a casa lentamente, avevo capito che si trattava di un'estate solamente.

un posto in cielo

Mi ripeto, come un mantra, "non potrà piovere per sempre", mentre cerco di tenere il fiato per non allargare la pancia. Sono infilato sotto una tettoia di quasi venti centimetri, maledicendo la lunghezza dei miei piedi, mentre guardo malinconico le scapre su misura che si bagnano. Penso alle molecole d'acqua che penetrano il prezioso intreccio di cavallino. Sulle scapre di cavallino posso tenere una lezione universitaria, visto che so come si lucidano, come si nutre il cavallino dopo una lunga giornata di lavoro, come lo si tiene in forma per evitare le fastidiose piege, come si lavora la punta per tenere alla larga le righe. Ho una piccola mania ossessiva per le scapre eleganti, tanto da aver inserito il livello di lucidità della scarpa nelle tre prime posizioni dei criteri di giudizio di una persona in ambito lavorativo, appena dopo la rasatura e il colore della cravatta. Sento le gocce di pioggia infilarsi nel collo, proprio per finire nella schiena. Novembre, maledetto. Sta piovendo da giorni, esondano fiumi, straripano ruscelli, ci sono certi sottopassi dove organizzano tour per sommozzatori, eppure non sembra voler smettere. E io sono a cento metri dalla mia macchina, sotto un diluvio torrenziale, sicuro che smetta. "non pioverà per sempre". Però adesso ce la sta mettendo tutta. Io non uso ombrelli, non ne ho mai avuto uno. Forse alle elementari, ma non ricordo. Alle medie ne ho persi due sul tram, per andare a scuola. Non esisteva ancora la definizione di mobbing, così ho detto di averli persi e non che i due idioti di terza media che facevano il viaggio con me hanno lanciato il primo proprio alla fine di Piazza della Repubblica e il secondo se lo sono tenuti. Controllo ancora su Facebook che le loro vite siano tristi e ignobili come le ho sempre immaginate. Poi al liceo prendere la pioggia è diventato di colpo figo. Avere il quaderno Monocromo bagnato e inutilizzabile era un chiaro segno di superiorità intellettuale. La massiccia dose di ormoni prodotti dal mio corpo mi rendeva fondamentalmente indenne a ogni tipo di evento atmosferico, e la pioggia mi scivolava semplicemente addosso. All'università la pioggia era un'ottima scusa per infilarsi sotto l'ombrello di qualche compagna di corso. Magari andava nella direzione opposta. Ma era virtualmente nelle tue mani. Per dovere di cronaca, la tecnica dell'ombrello non ha mai funzionato. Poi è iniziato il lavoro ed è arrivata la macchina. Ho fatto un rapido conto dei kilometri fatti in dieci anni di lavoro qualche tempo fa. Ho felicemente superato, senza contare le migla aeree e ferroviarie, il milione di kilometri. Anni di diesel, cravatte e centri commerciali. Anni in cui, nei giorni di pioggia, si trattava semplicemente di parcheggiare al coperto.

A oggi non ho un ombrello di proprietà. Possiedo un paio di ombrelli in condivisione con La Signora. Uno è rosa, talmente piccolo che mi spunta il naso. L'altro si sta lentamente decomponendo, appoggiato sul calorifero all'ingresso due o trecento diluvi fa.

Qualche volta, come nei film, mi piace anche camminare sotto la pioggia. Tipo una volta ogni settemila giorni di pioggia. Essendo terrificantemente metereopatico, non vedo niente di positivo in una giornata di pioggia. Essendo residente al Nord e metereopatico, tendo a non vedere nulla di positivo nella vità da ottobre a marzo. Una lunga stagione di letargo motivazionale, dove mi limito alla sopravvivenza stretta. Mi piace la pioggia d'estate, quella calda di fine giornata. Mi piace guardare il mare mentre piove, perchè sembra un circolo infinito di acqua sull'acqua e poi adoro immaginare i pesci che se ne fottono. Mi piace la pioggia nelle fotografie. La pioggia e il bianco e nero sono perfetti, come la schiuma e il cappuccino.

Resto spalmato sotto la piccola tettoia, con lo sguardo perso nel vuoto, tra l'edicola e il fiorista, mentre mi ripeto che alla fine smetterà. Forse si tratterà di giorni, forse di mesi. Sopravviverò, come il santone indiano che è rimasto sotto l'albero senza mangiare. Sento il bisogno di nicotina, ma è impossibile assumerne, a meno che non mi dia fuoco all'abito, bruciando anche il tabacco. Ho bisogno di pisciare, potrei pisciarmi addosso per spegnere l'abito in fiamme dopo aver aspirato un paio di boccate di fumo. Tutto intorno il mondo viaggia, armato di poderosi ombrelli, come se nulla fosse.  Lentamente, come previsto, la pioggia aumenta sensibilmente. Da temporale si passa a fottuto temporale. Anche i proprietari di ombrelli hanno qualche problema perchè una leggera brezza gelata manda le gocce in giro, sfidando la gravità. sento i polpacci fradici.

E' in quel preciso istante, mentre il mio corpo si sforza di non pensare ai polpacci fradici, alla tintoria per l'abito, al fallimentare investimento personale di presentarsi a una riunione come se fossi appena passato sotto la doccia vestito, in quel preciso istante arriva lei. Mi cammina incontro, con passo deciso. Mi arriva a meno di trenta centrimetri dalla faccia e mi guarda. Una signora di una certa età, come tutte le signore dopo i cinquanta e con quei ridicoli cappotti che comprano le signore dopo i cinquanta. Mi guarda. La guardo. Piove, puttana galera.
Alla fine, piove veramente troppo, ma anche la vecchia ha diritto a entrare alla "Geriatria Ronzoni, primo piano a sinistra", penso mentre mi allontano dalla mia piccola tettoia, infradiciandomi.