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Il treno delle sette é quello che parte con il buio quasi tutto l’anno, é quasi sempre pieno, la maggior parte di noi si ritrova sul ritorno delle cinque e mezza, ma questa mattina la carrozza due é mezza vuota. Quando mi ricordo di scegliere il posto prendo sempre quello Pet Friendly, non ho un cane ma allungo volentieri le gambe di lato. Di fianco a me un ragazzo che sta già lavorando. Una ragazza, giovane, vestita molto elegante, si avvicina, controllando il telefono. Il malinteso del posto é uno dei mie preferiti, mi piace scommettere su chi dei due abbia ragione, chi davvero ha il 37 carrozza 2? L’insospettabile professionista che sicuramente non sbaglia mai, o la sbadata modella americana che legge il biglietto come fosse un saggio di Umberto Eco? Scommetto sempre sull’inaspettato, prego per il colpo di scena. Alla fine ha torto la ragazza, é il 34, ha letto male. É giovane, magra, un viso raffinato, lineamenti delicati, una gonna corta a palloncino che copre delle calze spesse, il maglione che fa intravedere l’ombelico su cui penzola un badge aziendale arancione. Si gira verso di me e attraverso il finestrino saluta, mimando un bacio. Sul binario, ad aspettare il bacio, c’era lui, imbottito in un cappotto grigio, che risponde con la mano, salutando. Il treno va a Torino, nemmeno la fantasia di immaginare un saluto così per un viaggio lungo e avventuroso, é puro amore, delicato, protettivo, magari nato ieri sera con un veloce: ti accompagno io al treno delle sette.

Ci penso mentre torno a guardare fuori, e il treno si muove dalla stazione, a quell’amore lì.

Mi é stato dato un singolare esercizio da fare, il primo in tre anni di terapia in cui la regola, Signor Cattaneo, é che io non le darò mai esercizi, ne compiti.

Non ho molte intenzioni di parlarne, mi costa molta fatica farlo, figuriamoci raccontarlo, ma le cose che stanno succedendo intorno a questo esercizio sono particolarmente interessanti.

Singolare come, nel momento in cui io stia lavorando per recuperare la memoria famigliare, mio padre stia, a sua insaputa va detto, perdendo la sua, di memoria.

Ancora più singolare come, in questo momento, mio figlio, adorato diamante grezzo che sbatte contro le pareti della nostra relazione per provare fughe che hanno l’odore di esser poco più di una passeggiata. Lo sbattere, mi dicono, é necessario perché il diamante si raffini. Non c’è bisogno di dirlo, perché non sento dolore nel suo colpire, forse proprio perché come il ventre di una madre si può gonfiare in modi impensabili per accogliere il feto che cresce, l’orgoglio di un padre può essere colpito così forte e così tanto senza che succeda nulla.

La specialità del figlio é quella di metter in giudicato la memora famigliare, al momento. Una memoria fragile, relativamente giovane, figlia di una separazione e di qualche piccolo disastro.

Singolare come, da ormai sei mesi, stessi lavorando con pazienza a quello che immaginavo poter diventare un bel libro, fatto di un padre, un figlio, me in mezzo, impegnato a raccontarli. Mi é diventato impossibile farlo. Così ho smesso di ascrivere, poi ho ricominciato a prendere appunti. Con la pazienza delle sarte che imboccano l’ago con il filo. Pazienza che, lo ammetto, non sapevo di avere.

Il treno sta facendo quella campagna, credo sia il novarese, dove per quasi venti minuti non si vede nient’altro che campi, risaie, canali. Nei giorni tersi, guardando l’orizzonte si vedono le Alpi.

Ho amato, qualche vita fa, una donna, proprio di Torino, che mi ripeteva, ridendo civettuola, che il panorama dal treno quando si avvicina Torino é come la pubblicità al cinema, ti sta preparando al vero spettacolo.

Di lei ho amato la calma, più che le gambe, la serenità, più che i seni, ci sono volte nella vita in cui ti innamori di cose che hai invidiato fino a poco prima. Non si costruisce un’amore sullo sperato scambio di figurine delle cose che non si hanno: ecco tieni un po’ di serenità lavorativa, tu mi daresti la tua ostinata forza di volontà? Nah, non funziona, ma non lo sapevamo.

Singolare come io non sapessi di avere questa pazienza, biblica, nel maneggiare delicatamente questa matassa di memoria, amore, adolescenze e demenze senili.

Sul giornale di domenica, Genovesi ha scritto una lettera a suo padre, con quella delicatezza che sa avere solo Genovesi, che non scivola mai nella noia.

Leggendola ho pensato di non sapere che si potesse amare così tanto un padre.

Il treno rallenta e inizia la provincia torinese, la cintura metropolitana di capannoni e centri commerciali che ci meritiamo per aver creduto nei nostri genitori quando si sono fidati del boom. Dovevamo incendiare le piazze allora, serve a poco adesso, dico a mio figlio, per aggiungere un capo di accusa al lungo elenco delle mie condanne di padre.

La ragazza giovane si alza, stirando con la mano il cappottino. É presto, lo dico per esperienza , manca ancora qualche galleria.

Poi chiama il ragazzo con il cappotto, in videochiamata, lui risponde da un bar. É troppo, lo dico per esperienza, doversi avvisare ad ogni passo. Non é amore, questo me lo ricordo, é paura di vivere.

Invece l’amore é perdersi, e non aver paura di non aver nessuno da videochiamare, in questa galleria di memorie e ricordi. Sapere di aver qualcuno da poter videochiamare.

Ma chi sono io, per dare lezioni ai giovani, mi ha detto qualcuno qualche tempo fa.

Esterno giorno, stazione, caffè fumante, Torino grigia ma con quel freddo pungente che ti ricorda la montagna, chiamo un amico.

Singolare come, proprio nel momento in cui ti sembra di aver capito qualcosa.

Cosa.

No, dico, singolare che appena hai capito come funziona

Eh

Non ti venga l’idea di spiegarlo a un figlio.

I padri non devono spiegare ai figli. Devono vivere per far vedere come si fa.

Bella verità.

Eh

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