Il Figlio

Il figlio cresce, ma cresce è un verbo troppo generico per questa manciata di anni. Il figlio trasforma e si trasforma. Così è meglio.

Siamo in macchina insieme, sono le prime ore del mattino del primo giorno dell’anno, la città è deserta, grigia e fredda, guido senza particolare fretta e cerco di metter ordine in una matassa di pensieri, poi mi rendo conto di essere mio padre: i silenzi in macchina, i pensieri, la stanchezza la sera, gli occhiali per leggere, il passo a volte incerto. Allora parlo.

Il figlio cresce, le gambe sono ben più grosse delle mie e una folta peluria dura, nera, corvino, si addensa sui polpacci e sui quadricipiti. Il pube è cambiato rapidamente, adesso è il centro di una rivoluzione copernicana, è il sole che sorge la mattina, a voler esser beceri sorge fin troppo spesso a qualsiasi ora del giorno e della notte, intorno a cui tutto ruota, ma la terra, e gli altri pianeti, ancora non lo sanno. Il torace è grosso, asciutto, capiente. Il collo muscoloso e il viso teso. I capelli sono tanti, anche se il Figlio si preoccupa di quando non ci saranno più. Non vedo possibilità di cedimento tricologico, ma ho le prove sulla mia fronte che prima o poi succederà davvero. Uno dei passi più difficili, del genitore di un Figlio, è proprio quello di spingere più in là le piccole e grandi tragedie, in un tempo lontano in cui il Figlio non riesce ad immaginarsi.

E’ un esercizio difficile e costante, perchè invece tu in quel tempo ci sei stato e per un cattivo errore di programmazione ricordi solo le cose noiose, brutte, difficili. Allora al mattino, quando ancora nessuno ti sente, prendi quel tempo passato, lo rimodelli, ricerchi le cose belle, le adatti ad ospitare il futuro del Figlio, a cui racconti di una linea, non sempre retta, ma semplice, che lo porterà dove sei tu.

Dove sei tu non piace al Figlio. Non gli piace la tua barba bianca, i tuoi occhiali, le tue riunioni la sera, l’affanno di arrivare sempre un po’ tardi quando succedono le cose veramente importanti come il suo saggio di pianoforte. Al Figlio questo essere tu non piace proprio. E’ giusto così. Spietato.

I suoi pensieri sono il Mistero. Mistero Glorioso, quando ne esce uno stupendo, gasante, eccitante, nuovo. E’ una nuvola densa, che sbuffa fuori dalla testa, che non si riesce a contenere, che può durare un giorno o una settimana. Mistero Doloroso, quando anche solo una parola di un amico sfiora la corda sbagliata, è un armadio che si apre sul nero, il nero assoluto, in cui nessuno vuole entrare. E allora ci si dimena, si piange, si soffre, ci si spaventa, fino a quando, per una qualche ragione, qualcosa o qualcuno chiude questo armadio. Ti è sempre piaciuto pensare che potessi esser tu, quello che chiude l’armadio. Ma a pensarci bene, tuo padre non ha mai chiuso quell’armadio per te, non c’è possibilità alcuna che tu possa chiuderlo per il Figlio.

Vorresti, con tutta la banalità di uno che non ci è passato dentro, parlare di futuro. Come si fa in azienda, facendo proiezioni e provando a immaginare delle stime, di fatica, gioia, dolore. L’azienda, tu non lo sai ancora, ha successo perchè quelle previsioni le sbaglia. Il Figlio quelle previsioni non le capisce. La vita finisce tra un attimo, ricomincia dopo pranzo, si interrompe con il sonno, che è definitivo, beato, totale, e al mattino riprende da dove si era interrotta. La paura di un compito di inglese può sopravvivere a tre notti, ma esser cancellata da un sabato. La gioia di un regalo trova casa in un momento che dura un soffio.

Siamo tornati da un viaggio, perchè ho capito che viaggiare ci fa bene. E’ un modo interessante per parlarci, a tratti, a spezzoni, a conversazioni iniziate durante la colazione in hotel e finite al cesso del ristorante in cui ceniamo, con una lunga pausa in cui ne sono iniziate altre tre.

Al viaggio ci siamo abituati, perchè facciamo finta di non vederci, poi ci riprendiamo. Ormai, il Figlio non ha più bisogno di essere protetto in strada, anche se una madre potrebbe sentirsi male nel vederlo attraversare una zona brutta, o un incrocio con la faccia sospesa e le cuffie con la musica alta. Non ha più bisogno di essere sfamato, ci pensa da se, ordinando il peggio possibile, in quantità sempre più grandi, e poi divorando tutto. Ha solo bisogno di sapere che, da qualche parte, tu ci sei. Anche non proprio lì, vicino a lui che prova a rubare delle cicche al tabaccaio, prova a staccare un piccolo cartello da un portone, o si ferma ad osservare una giostra per bambini piccoli. I bambini piccoli sono tutte quelle creature da zero anni fino a un mese prima dell’età del Figlio. Così lui li vede. E lui non è più piccolo. Nella carta dei diritti del Figlio, questo suo avanzare ferocemente con l’età gli da diritto a tutto. Prendere un tram da solo, uscire la sera, bere, mangiare, non dormire. E’ tutto suo.

Alla radio passa la notizia di una strage di ragazzini, non si capisce se un attentato o una distrazione, in una discoteca. E tu pensi che non c’è differenza tra attentato, incidente, distrazione. Immagini come possa esser la vita senza il Figlio. Un dolore feroce. Gli chiedi se ha sentito la notizia. Fa si con la testa mentre guarda le insegne di una farmacia che lampeggiano.

Il Figlio non ha paura della morte. Quel suo corpo, i piedi lunghi e larghi, le mani nodose e forti, gli da l’idea di potersi proteggere da tutto. La morte, per fortuna, non è ancora entrata in casa, non si è seduta sul divano del soggiorno per rovinare una festa, e il Figlio la conosce per questioni di nonni e vecchi zii, che è naturale che muoiano.

Scendiamo dalla macchina, e lo abbraccio, ormai è un movimento quasi ridicolo, perchè devo alzare la spalla, e viene fuori che sembra che lui stia sostenendo un vecchio sbronzo.

Il Figlio non si fa più baciare, se non in determinate occasioni, prevalentemente perchè si distrae.

Lo bacio. Penso possa essere uno dei tre, al massimo quattro, baci che ci scambieremo in questo duemilaventisei.

Gli dico: aguri amore, buon anno.

Mi dice: ce li siamo già fatti ieri notte.

Gli rispondo: hai ragione, ma sai che mi piace ripetere le cose belle.

E così arriviamo.

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