A Nord di nessun Sud

Mi sveglio che sono le cinque, la luce della sveglia, il buio intorno. Esco da un sogno complicato. Ultimamente esco, di fretta, quasi sempre, da sogni complicati, in cui affronto situazioni surreali che la mattina dopo mi porto in testa per le prime due ore appena sveglio, per trovarci un senso, un significato, un’interpretazione.

Resto nudo nel letto, dopo aver bevuto un sorso d’acqua ed essere andato a guardarmi allo specchio nel piccolo bagno di servizio. Mi guardo allo specchio per controllare di essere ancora vivo, non ne ho certezza da almeno un paio d’anni, la mattina appena sveglio. Perché in questi sogni complicati non muoio mai, ma è una possibilità abbastanza concreta per tutto il sogno.

Respiro, nudo, gonfiando la pancia e buttando fuori l’aria piano, con le labbra che fanno un piccolo fischio.

Raccontare la mia mattina, le prime due ore perlomeno, e il motivo per cui ho bisogno di stare da solo, è diventato una piccola fissazione. Non riesco a spiegarlo, a raccontarlo, non riesco a descrivere nulla di quello che succede.

Mi tolgo di dosso i vestiti, il pigiama o la camicia con cui mi sono addormentato. Mi addormento leggendo, a volte mi sveglio per il dolore del libro che mi affonda sul naso, lo sposto e mi riaddormento subito. Entro in questi sogni, complicati, in cui ho certezza di non vedere il mattino seguente, o di vederlo messo molto male. Io, non il mattino.

Mi tolgo di dosso i vestiti, il pigiama o la camicia, bevo dell’acqua, di corsa, per controllare che tutto funzioni ancora, poi se sono a casa metto su un caffè, un caffè molto lungo, acqua sporca, appena tiepida. Mi siedo nudo sul divano, o sul letto, e respiro.

Dovevano essere dieci minuti, sono diventati un tempo abbastanza liquido, tra una manciata di minuti e una mezz’ora, in cui riprendo coscienza, mi ricordo perché avessi così fretta di svegliarmi, ritrovo i dubbi che ho lasciato la sera prima, accarezzo qualche certezza che è cresciuta di notte, respiro ancora senza pensare a nulla.

Non pensare a nulla mi fa, la mattina, nudo, al buio, sempre pensare a qualcosa.

Un grande problema, un dettaglio insignificante, una cosa bella. Qualsiasi cosa prende il sopravvento. Resto, ascolto, respiro. Un sorso di caffè. Poi prendo il giornale e leggo distratto tutto, la cronaca internazionale, la politica, la cronaca locale, le opinioni, arrivo allo sport, che mi annoia, e mi alzo.

A Nord del mio Sud c’è questa beata solitudine, una preziosa cosa segreta che tengo molto vicina.

Così, a volte, senza un motivo, metto la sveglia alle cinque e faccio durare questa mezz’ora per un’ora.

Prego. Dio. Spesso ringrazio. Dio, la vita. Una preghiera disordinata, ma sincera. Ringrazio per cose molto spirituali e profonde, poi mi salta in mente un bel culo intravisto il giorno prima, e ringrazio anche per quello. O mi lamento, per grossi problemi, la morte che bussa alle porte vicine alla nostra, ad esempio, e poi mi interrompo pensando a irrilevanti cose di lavoro. Penso che Dio lo sappia, e mi tolleri così. Penso che in Paradiso ci andremo tutti. Magari noi, che parliamo tanto con Dio, ci andremo già pronti, con degli argomenti.

Perché ti svegli così presto? Mi chiede sempre. È un lamento che era rabbioso, perché rovinavo una quotidianità di risvegli abbracciati.

Avessi potuto rispondere, avrei risposto: prima di abbracciare qualcuno, devo ritrovarmi, riabbracciarmi, esser sicuro di esser ancora così vivo.

Ma a certe domande non si risponde. Così a volte, dopo quest’ora da solo, ancora nudo, con il sapore di caffè, mi infilo nel letto, e ricomincio la mattina, come se nulla fosse successo, come se non avessi guadagnato quest’ora da solo, e la sveglio piano. Un gioco da ragazzi.

Quando sono solo, in viaggio, metto la sveglia sempre prima e dopo un’ora esco in strada. Cerco un bar, un caffè, una palestra, la luce, riordinare ancora i pensieri, in tuta da ginnastica, spettinato. Niente di bello da vedere, ma potessi esser lì, con me, sentiresti tutta la vita esplodere.

A Nord dei miei Sud ci sono queste mattine complicate, che iniziano di nascosto, non lo dico a nessuno, che sto per esplodere, come le stelle, e poi torno normale, il tempo di un po’ di ginnastica insieme a pensionati che rotolano sui tapis roulant, il tempo di un caffè nei bar dei cinesi, che sono gli unici ad aprire così presto, con i muratori egiziani e la gente appena sveglia con i cani.

In tutto il mondo, in tutte le mie mattine, sono sempre solo, respiro, mi riprendo.

La sera il mio Sud diventa pesante, approdo sempre rovinosamente sulla spiaggia della notte, le onde del giorno mi frullano, ho imparato a respirare mentre mi ascolto rotolare nella schiuma, e poi sentire il tonfo sulla spiaggia della notte.

I pensieri del mio Sud sono torbidi, confusi anticipano i miei sogni. Se all’alba sono una persona limpida come l’acqua che bevo, alla sera sono torbido, complicato, i miei difetti hanno preso il sopravvento, la carne ha vinto ancora una volta sullo spirito.

La lussuria ha vinto sull’amore, un colpo di pistola lungo un pomeriggio, così funziono.

Prima di andare a letto, sdraiato sulla spiaggia di coperte e cuscini, mi tocco. Il petto, la schiena, i fianchi, il pube. Controllo di esserci, dopo tutta la giornata.

Non è facile per quelli come voi, diceva la dottoressa. Intendeva quelli che prendono i dettagli e li scambiano per certezze, intendeva quelli che sentono le emozioni con l’amplificatore acceso, intendeva quelli che provano a cercare un senso dentro ogni discorso, intendeva quelli come me.

Lo so, le ho risposto. Lo vedo negli occhi stanchi di mio figlio. Adesso ha un nome, ma ci sono cresciuto senza che nessuno sapesse che si trattava dell’opportunità di leggere meglio le cose della pelle e dell’umore, e peggio le cose della logica del mondo.

Questa sera sono scappato da una cena di lavoro. Il freddo, canino, mi entrava nelle ossa mentre camminavo verso la macchina. Adoro guidare nelle città che non conosco. Adoro guidare perchè mi piace esagerare.

Sono tornato nella mia camera. Mi sono spogliato, mi sono seduto su una sedia, ed ho aspettato che tutto il Sud del mio Nord arrivasse.

Così funziona da qualche tempo. A ripensarci meglio, è decisamente molto più importante preoccuparsi di ritrovare il Nord, tanto a Sud ci so finire benissimo.

La sera, mi ha suggerito un amico monaco, bisogna ringraziare.

Cosa, gli ho chiesto? Chi, ho chiesto ancora?

Chi vuoi tu, mi ha risposto. Dio, sarebbe meglio.

Io non sono capace di ringraziare, ho scoperto. Soprattutto la sera.

Mi ci devo sforzare, è un muscolo che devo rafforzare, a furia di sveglie alle cinque.

Grazie, per tutto il Sud e per tutte le volte che mi fai svegliare ancora a Nord.

Grazie, già che siam qui.

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