1958

Quando mio padre si sveglia, è come se tornasse da un posto lontanissimo. Ci mette un po’ di tempo a capire il dove, molto di più a capire il cosa, il quando è indefinito, tanto che continua a chiedermi che giorno è. È come se fosse sparita la memoria a breve termine, e i ricordi più lontani fossero davvero nascosti. È come un ritorno, da un posto dove non sapeva di essere. Come un vecchio diesel scarburato, i primi minuti si assesta sul minimo e poi parte, con una lentezza disarmante. Chissà come si sta, dove sta lui quando dorme. Vorrei chiedergli: hai paura? È l’unica cosa che mi interessa. Come stai è una domanda da idioti, lo penso ogni volta che qualcuno mi chiede come sta tuo padre? Come uno che a ottantotto anni è pieno di acciacchi, con il cuore che non tiene bene, la testa che si appanna, le mani deboli più delle gambe e il fiato corto. Così.

Invece: papà dove sei adesso come ti trovi? Senti la paura di scivolare ancora più in fondo, o sei felice di aver dato tutto e di essere arrivato?

In piedi, nella doccia, passo la spugna sul suo corpo nudo. È la cosa più dolorosa che mi sia capitato di fare. Quel corpo che non ho mai visto nudo, se non nella malattia, che adesso rende bene l’idea di “cadente”. Le gambe tremano un po’ mentre si tiene con la mano alla mia spalla. Passo la spugna senza dire niente, gli occhi sono paralizzati, sulle piastrelle azzurre. Vorrei non averlo mai fatto. So che questa cosa mi resterà negli occhi per tanto tempo.

Massaggio le spalle con l’ asciugamano, mentre decidiamo davanti allo specchio se fare la barba o no. Mi ricordo di quando mi ha insegnato, davanti a questo specchio, a farmi la barba. Glielo dico. Gli diventano gli occhi lucidi, e mi dice: io non mi ricordo.

Cristo, che dolore, qui nel petto, vicino al cuore. Sparami, Dio, piuttosto di farmi questo. Allora gli racconto delle mie prime barbe, che poi erano due peli sotto al naso, del deodorante messo per Gaia, delle docce a guardarsi il pisello. Ridiamo, come se ci fossimo detti tutto. Lui nudo, io dietro di lui con il rasoio in mano.

Mentre il caffè borbotta, cerco un cacciavite per avvitare una sedia. Nel ripostiglio trovo una scatola con un orologio, un crocifisso e un diario. Lo prendo, lo metto in tasca, e torno in cucina. È stanco. Lo rimetto sulla poltrona.

Seduto su un treno pieno di gente che parte, tiro fuori il diario, anno domini millenovecentocinquantotto. Aveva ventidue anni. Scrive piccolo, ordinato, prende nota di tutto. Otto anni dopo si sarebbe sposato, con la donna della sua vita, una casa nuova, due figlie, poi un altro, il boom economico, la carriera, la pensione, i nipoti, eccoci arrivati.

La domenica è il giorno in cui scrive di più, il resto della settimana ha meno tempo. Sfoglio fino alle giornate in caserma, la noia, le lettere a Bruna, l’amore di sua sorella che lo segue. Un giro con una Vespa prestata. Una sera ha scritto di aver paura. Non di cosa. Poi i conti del lavoro, lo stipendio.

A ottobre decide di comprare un cappotto. Ci vogliono due mesi, con dei conti ben precisi.

Non sono mai stato così vicino a quest’uomo che oggi nudo rideva con me. Alla fine, la fine che si avvicina, serve sempre.

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