Bentornata Follia

il Barrio Chino non è il posto migliore per passare inosservati, con questa cazzo di faccia da bravo ragazzo e le mie scarpe tremendamente lucide. Il Barrio Chino è il posto migliore per nascondersi dalla realtà. Ci sono notti in cui, semplicemente, ci si domanda quanto possa fare male. Imparando a viaggiare, si impara a sopravvivere, a perdere tutti i punti fissi, per ritrovare quelli davvero importanti. Ci sono notti in cui devo camminare più veloce dei miei ricordi, e allora cammino, chiuso nel mio cappotto, ascoltando solo il respiro affannato, l'odore di merda e profumo di puttane. Camminare è la cosa che mi viene più facile dopo scrivere. Si potesse camminare e scrivere insieme, sarebbe perfetto. Sarebbe Hemingway.

Il Barrio Chino è un budello di strade dietro la Gran Via dove non passa nessuno che non sia una puttana, un magnaccia, uno spacciatore, un cliente, un'idiota che si è perso, oppure uno che deve per forza annusare le viscere di tutte le città. Le puttane del Barrio Chino sono brutte come le vetrine a cui si appoggiano, grasse, cadenti, sporche. Non sorridono, perchè a fare la puttana nel Barrio Chino non c'è un cazzo da sorridere. Gli spacciatori del Barrio Chino capiscono subito cosa stai cercando. C'è un pezzo del Barrio Chino dove non arriva nemmeno l'aria fredda che spazza il centro di sera, e che pulisce dall'odore di fritto e birra. L'aria è ferma, appoggiata a una vetrina di un negozio di parrucche. Sono affezzionato ai posti unici, alle storie da raccontare, alla vita che non fa sorridere. Sono posti, storie e pezzi di vita che mi ricordano quanto sia stupendo poter camminare fino ad uscirne. Due vie, una strettoia e sei di nuovo nel pieno del centro dellla Spagna. Tutto luci, McDonald e traffico. Lodevole turismo macabro. Una specie di gita volontaria all'inferno. 

Eppure, quando devo buttare fuori, decomprimere, mi serve un Barrio Chino. Mi serve incrociare gli sguardi tristi di puttane tristi, mi serve la minaccia velata di uno spacciatore, mi serve sentire l'adrenalina che solleva un po' la vita. Mi serve di scappare, con urgenza, dal mio passato che mi insegue correndo. A ogni speranza corrisponde, porca puttana, una eguale delusione. Sembrerebbe vero. Eppure non smetterò mai di provarci. Che si fotta, in queste notti, la correttezza grammaticale che mi impone di mettere in fila storie piacevoli da raccontare al mio rientro.

Stare male lontano da casa è come morire, dicono. Fortunatamente mi porto un paio di scuse e tutta la mia casa sempre in tasca. E poi non fa male, è solo un po' di vita, ancora un po', che entra forte in circolo. Ora. Aspetto mezzanotte sapendo perfettamente che non dormirò. Arrivi a trent'anni per scoprire che ci sono notti in cui, uomini con un filo di coscienza, non riescono a dormire. Perchè tutta questa vita che entra in circolo fa male da morire.

Insomma, la storia è una di quelle che si leggono sui giornali. Il problema, come sempre, sono i protagonisti. C'è Wislow, adorabile matto, che ha scritto un libro che ha come protagonista il fuoco. Adorabile genio. Il problema di questa storia, che si legge sui giornali, è che il protagonista è una persona che ha fatto grandi pezzi del mio passato, costruendo con pazienza e aspettando i frutti. Che storia del cazzo. Non mi permetterò mai di raccontarla. Perchè in fondo io sono uno che non vuole raccontare qualcosa che fa male.

Solo, per decomprimere, cammino. Nel Barrio Chino.

Ci sono delle notti in cui sarei capace di camminare fino a non sentire più i piedi. Poi, pietosamente, crollo davanti a un portone, nel bel mezzo del Barrio Chino, e mi metto a bere birra calda mentre una puttana grassa e senza denti mi guarda come se stesse guardando un cartone del latte.

Si sogna, per anni, sicuri di alcuni pezzi di realtà. Si smette di sognare quando pezzi di realtà a cui ci si aggrappava finisicono in un sogno.

Bevo rhum caldo.

Essere Un Lampo Verde

Qualche tempo fa ero seduto su uno scoglio ad ascoltare il mare di Genova, cercando di capire due cose fondamentali: da che parte stesse montando il vento e cosa sarebbe cambiato nella mia vita con un figlio. Ci sono cose che non si possono spiegare facilmente, come i cambiamenti del vento. Il Maestrale arriva sempre, il Libeccio bidona la costa come una modella un party di seconda categoria. Avere un figlio, invece, non centra molto con le questioni di vento. E' più una questione di testa, pancia e coglioni. Ormai ci siamo quasi, penso la sera, mentre osservo la Signora alzarsi regalmente dal divano e portare la pancia nel letto. Ho sempre pensato che le donne incinte abbiano qualcosa di magico, regale, deciso, nel camminare con la pancia dritta fuori, verso il mondo. La sua pancia è rotonda, perfetta, gigante. Assomiglia a un sentiero sul mare, ci si può appoggiare l'orecchio per cercare di ascoltare, ci si può parlare a lungo, aspettando risposte. Essere padri è una cosa che comincia lentamente. Anche se tecnicamente si tratta di un inizio decisamente repentino, la questione morale arriva dritta in gola dopo mesi di stretta osservazione della pancia e della sua portatrice. E' la prova che tutto, sommessamente, funziona alla perfezione. La vita, i suoi ritmi, i tuoi trent'anni, le stagioni e la magia della pelle sudata.

Non potrebbe essere migliore, la mia vita, adesso. Aspetto pazientemente la Signora, mentre lentamente porta nostro figlio in giro a vedere il mondo. Penso a quanto sia semplice, naturale, ovvio, che la felicità si sieda nei posti più ovvi, scontati e prevedibili del mondo, come su una coppia che aspetta un bambino. L'anima fa a pugni con la pancia, qualcosa che si avvicina molto a una storia perfettamente scritta che leggi nel momento giusto. La rabbia fa spazio alla pace assurda di un essere che non parla, non vede, ma già ascolta.

Sarà tra noi nei mesi caldi, quando il Maestrale prova a togliere le speranze di una pioggia rinfrescante. Sarà tra noi nel momento migliore dell'anno, quando tutto, anche un bambino, avrà il meglio del mondo.

Life is short, fritz. Surf it.