E se poi fosse tutto vero?

In realtà ieri, dopo aver percorso 200 kilometri di autostrada senza subire noiosissimi ammassi di lamiere e uomini fermi, pensavo davvero di essere felice. Poi ho bevuto una birra fredda, perfettamente fredda, di quella freddezza perfetta che solo le birre sanno avere, davanti a una luna piena, pallone giallo in mezzo al cielo terso. E ho pensato di essere davvero felice. Poi ho guardato il cielo, sentendo l’aria fresca arrivarmi dolcemente addosso, e mi sono acceso una sigaretta pensando a tutte le cose che mi hanno fatto felice, ed ero felice. Poi ho iniziato a respirare lentamente, alzandomi e camminando verso casa. E tutto mi sembrava bello, delicatamente bello. Poi ho mangiato la pizza. Sono quattro giorni che mangio pizza. Se le mie parti molli destinate alla digestione potessero parlare, sicuramente organizzarebbero un sit in contro la mozzarella quadrata da pizza, ma forse contro la pizza direttamente in toto. Eppure, mangiando la pizza, ero felice. Forse, ho dubitato per un secondo, potrebbe essere la pizza ad essere la causa diretta della mia felicità. Forse l’antico impasto è una specie di elisir di felicità. Ma poi ho pensato che la mia felicità, indirettamente non era dovuta dalla pizza ma da tutto quello che sta intorno alla pizza. Che poi si chiama vita. Anzi, probabilmente il continuare con questa dieta potrebbe portarmi a morte certa. Pizza con il cotto, doppia mozzarella, tutti i giorni. Ho anche, a oggi, una certa cultura sulla pizza di zona. Che non centra nulla con il discorso sulla felicità, ma nella mia zona ci saranno almeno dieci pizzerie. Alta, bassa, unta, con passata scadente, senza origano. Sono una specie di guru della pizza di Milano Est. Un po’ perchè la Signora è allergica all’uso dei pensili da cucina durante il periodo estivo, un po’ perchè io di mia spontanea volontà non farei mai nemmeno un insalata. Quindi pizza. Beh, insomma, ero felice. Sono anche felice. E quando sei felice, guardi indietro, girando appena il collo, e trovi che tutto quello per cui ti sei dannatamente sprecato, soffrendo come un cane, alla fine è arrivato al suo piccolo momento di felicità.

E, nel silenzio della notte, guardi fuori dalla finestra aperta, ascoltando il respiro di tutta la casa che dorme in pace, e trovi tutto illuminato dalla luna. E pensi a quanta cazzo di pizza hai mangiato. Poi pensi che forse si può morire di pizza. Poi, il respiro torna calmo, e segui una nuvola passare lentamente, fino alla fine della finestra. E se poi fosse tutto vero?

 

Caracollando verso sud ovest sud

Il navigatore satellitare è stato un notevole upgrade nella mia bieca vita professionale.  In primis fu l’aria condizionata. Venivo da migliaia, decine di migliaia, di kilometri a bordo di una Punto Bianca senza aria condizionata e senza radio. Alla radio sopperivo con un Walkman e una scorta biblica di batterie stilo. Ti accorgevi di dover cambiare le pile quando la voce di Freddie Mercury, in Live at Wembley 86, diventava sempre più profonda e lenta. "ai wuont to brek fri, aaaaiiii woooooouooouuunnnnnnt toooo breeeeeeeek freee". Sopperire all’aria condizionata è stata sfida decisamente più ardua. Si trattava di arrivare dai clienti, dopo le 11, in evidente stato di avanzata sudorazione, con gravose macchie sulla camicia e un piccolo rigolo colante dalla basetta. Anni di stradario, cartine, mappe e guide. Anni di intuizioni sulle strade, provinciali senza uscita, sterrati per le cascine, per finire dritto a un metro da un piccolo plotone di mucche, deviazioni fantasiose. La spensieratezza dello stradario. Poi un giorno fu Tom Tom. Un oggetto che ti porta da un punto a un altro punto, ben definito. Un miracolo. Il risparmio di tempo è stato talmente radicale da essere difficilmente misurabile. Arrivare a Firenze, in Via Dell’Oca 4, senza fermarsi in quattordici bar, tre edicole e da due vigili, chiedendo dove fosse Via Dell’Oca, è stata una vera rivoluzione. L’oggetto, ingombrante, bruttino ma solido, ha fatto la sua storia per quattro orgogliosi anni. Non so bene cosa mi abbia spinto al tradimento del mitico Tom Tom. Prezzo, comodità, pigrizia. Lo ignoro. Anzi, causa del mio male, piango me stesso: già in California avevo provato la tragicomica solitudine intellettuale della bieca concorrenza. Procedere verso la rampa, affiancarsi a destra, alla rotatoria girare sulla strada provinciale, sono frasi nonsense che nel mondo Tom Tom non esistono. Lui ti porta, con decisione, a drastiche manovre: fare inversione a uuu. Girare a destra. Prendere l’autostrada numero. Invece, la bieca concorrenza, sembra navigare in un indefinito oceano di strade in cui, a naso, si può procedere per grandi direttive.

Il peggioramento è stato drammatico. Ma alla fine, oramai, passo troppo tempo in aereo per aver voglia di cambiare navigatore.

Ieri, in un torrido pomeriggio di luglio, il mio navigatore della bieca concorrenza, che si vanta di non perdere mai il segnale, mi ha portato nei sobborghi dei sobborghi della provincia della periferia, in mezzo a una grande distesa di girasoli, tutti girati di spalle. Mi ha fatto svoltare in una piccola strada con un grande olmo all’angolo. Mi ha fatto andare avanti, tra cascine e asfalto bucato. Lentamente il bitume lasciava spazio a un non meglio definito terriccio bianco. Un grande polverone mi inseguiva, inghiottendo la macchina ad ogni frenata. Poi un casolare, poi più nulla. Lo splendore delle colline. L’illusione del silenzio, il sole a picco, l’ombra decisa di qualche albero.

scarsa ricezione satelliti.

Lapidario, mette una schermata bianca. In mezzo al nulla.  Rallento, la polvere mi raggiunge. Abbasso il finestrino, spengo la radio, mi ritrovo dentro un concerto per cicale.

Scarsa ricezione satelliti

poi una nuova schermata.

Procedere verso sud ovest sud.

Una rotta. Non una strada. Una direzione sommaria. Io odio gli scout. Ma ammetto che trovare i punti cardinali guardando il sole è cosa necessaria. Forse, avrei anche potuto cercare il muschio sulle rocce, che cresce a nord, e girare la macchina di qualche grado a ovest, dove tramonta il sole. Ma poi ci penso: due volte sud vorrà dire un sacco sud, oppure un po’ sud. E poi la strada, decisamente, va dritta come è sempre andata.

Allora riparto, piano, lasciando che la nuvola mi stia sul vetro, ascoltando le cicale. Magari non verso sud ovest sud, ma sulla strada.

Un ora di campagna per arrivare in una frazione di una frazione di un comune dal nome di un santo.  Pensavo a come sia bello perdersi, pensavo a quanto sia bello avere un Tom Tom.